Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli

di Silvia Bottani

 

Da dove nasce il desiderio di diventare un esploratore?
Penso che questo desiderio nasca dalla sensibilità che si sviluppa da bambini. È fondamentale vivere un’infanzia e un’adolescenza in cui si è a contatto col mondo naturale, almeno in certi periodi, e formare la propria visione del mondo stando in relazione con quella parte della realtà che non è stata costruita o prodotta dall’uomo. Se si scopre che l’universo mentale dell’uomo non è il centro del mondo, ma è solo un ambito minuscolo di ciò che esiste, allora si rafforza lo stimolo a cercare ciò che è “altro da noi”. Anche l’esplorazione dell’interiorità umana è molto interessante, ma è una dimensione che, da sola, manca di una pietra di paragone. L’esplorazione inizia solo confrontandosi con qualcosa che non è solo sconosciuto, ma è anche diverso.  Il sentimento della limitatezza e della grave imperfezione di noi esseri umani, messe a confronto con la natura e con i suoi eventi, mi ha fatto sognare fin da bambino di diventare esploratore. Ma anche aspetti culturali e familiari hanno avuto la loro importanza: mio nonno ha scritto molte biografie di grandi esploratori del passato e io da bambino ho divorato tutti i libri dei viaggi straordinari di Jules Verne.

Lei è un esperto alpinista ma ciò che mi ha colpito di più è che da alcuni anni ha scelto di intraprendere l’attraversamento di territori selvaggi senza strumenti di orientamento. Com’è nato in lei questo desiderio?
C’è stata una lunga evoluzione prima di immaginare possibile, per noi uomini del XXI secolo, il viaggiare liberi da carte geografiche e strumenti tecnologici. Per quasi vent’anni ho compiuto molte lunghe traversate di catene montuose e di territori selvaggi utilizzando carte topografiche, bussola, altimetro e orologio. Alla fine degli anni ’90 ho cominciato a rendermi conto che quell’approccio stava diventando banale: una cartina mi rivelava già troppo di una terra, lasciava troppo poco spazio alla scoperta. Allo stesso tempo vedevo che gli uomini d’avventura stavano abbandonando di colpo tutte le capacità umane di orientamento, per affidarsi ai satelliti e al gps, cioè in pratica per farsi guidare dai Ministeri della Difesa delle grandi potenze. Mi dicevo: che senso ha andare in natura in questo modo? Ho pensato che bisognava reagire e con l’amico Andrea Matteotti ho fatto una prima prova: la traversata degli altipiani della Lapponia norvegese, dal mare di Barents ai fiordi dell’Atlantico, lunga circa 500 km in linea d’aria; per 23 giorni abbiamo seguito una rotta est – ovest senza mappe, senza bussola e orologio, senza alcuno strumento ricetrasmittente. È stata per me una rivoluzione: non ci siamo mai perduti, anzi, dopo pochi giorni non facevamo neanche più caso all’assenza degli strumenti. La nostra rotta è stata perfetta, come se fosse stata la Terra stessa a guidarci, senza bisogno d’altro. Da allora, sono seguite molte altre traversate compiute così, su terreni diversi.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Luci e ombre della Lapponia; nella vastità del paesaggio disabitato sembra ci si possa perdere, ma il tragitto del sole, il corso dei fiumi, la disposizione della montagne divengono riferimenti chiari se si impara a osservarli con attenzione e corrette conoscenze geografiche.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Una sosta in tenda nel cuore desertico dell’Islanda. La successione dei corsi d’acqua e la presenza di coni vulcanici o calotte ghiacciate in lontananza permettono di tenere la propria rotta.

Qual è stata l’impresa più complessa affrontata fino ad ora?
In realtà penso che questo tipo di esperienze non si basi sulla complessità, ma sulla semplicità. La natura è complessa, nel senso che racchiude una quantità di forme e di esseri quasi infinita, ma l’atteggiamento per interpretare questa sorta di tela intrecciata di eventi è abbastanza semplice. Occorre tornare a osservare, ad ascoltare, a mettere in relazione ogni cosa con le altre, senza mai avere fretta. Occorre imparare ad avere fiducia nel tempo anche lungo che scorre fra una domanda e una risposta: la natura non ha i tempi di un computer, ma le risposte sono più profonde. Tutto ciò si acquisisce con l’esercizio, nel corso degli anni. A parte questo, l’itinerario più complesso compiuto senza strumenti per l’orientamento è stato forse un vagabondaggio invernale, sugli sci, nel cuore disabitato dell’Islanda: intere settimane di nebbie e nevicate in un paesaggio uniforme hanno reso l’orientamento davvero enigmatico. Ma è proprio quando la logica viene superata da un istinto misterioso che si vivono le esperienze più profonde.

Può raccontarci quali strumenti usa per affrontare le sue traversate? Senso dell’orientamento, osservazione del territorio e del cielo…
Si può dire che tutto quanto si trova sulla terra, nel cielo e nella nostra memoria può essere utile per interpretare un territorio e scegliere una via. Più concretamente, occorre individuare qualcosa che possa essere utilizzato come se fosse una mappa, e qualcos’altro come una bussola. La mappa è il territorio stesso: osservandolo possiamo formarci un’idea della sua conformazione, cioè una “mappa mentale”; la mappa mentale può derivare anche da semplici notizie su una regione, o dai ricordi di una carta, di un atlante esaminati in precedenza. Anche Cristoforo Colombo partì basandosi su una mappa mentale, ovvero sull’idea che si era fatto dell’oceano a ovest delle terre conosciute. Era una mappa in parte sbagliata, ma ha funzionato ugualmente. Così anch’io, di solito, parto con una vaga idea della regione che voglio attraversare. Il secondo riferimento che mi occorre deve funzionare come una bussola, cioè mi deve permettere di orientare la mia idea del territorio nello spazio. La più preziosa e precisa delle bussole è il sole: nelle diverse ore del giorno occupa posizioni sopra l’orizzonte facilmente riconoscibili, che indicano con buona approssimazione i punti cardinali (grossomodo, il sole indica l’est di primo mattino, il sud a mezzodì e l’ovest verso sera, cui si aggiungono tutte le direzioni intermedie negli altri orari). Con pochi giorni di esercizio si impara a tenere la rotta così. Ma esistono moltissime altre “bussole”: di notte, la Stella Polare e le costellazioni a lei vicine; oppure i corsi d’acqua, che scorrono tendenzialmente dagli spartiacque delle catene verso la pianura o il mare, offrendo riferimenti molto affidabili; alture caratteristiche che svettano all’orizzonte; o certi venti costanti, che orientano nella nebbia, così come a volte i suoni dei torrenti o di attività umane, che rivelano l’esistenza di luoghi invisibili.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Avanzando sugli sci nell’inverno islandese. Nonostante la scomparsa del paesaggio nella tormenta, la luminosità del sole nelle nuvole è come un faro che guida nel nulla bianco.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

La comprensione del movimento apparente del sole tra l’alba e il tramonto permette di muoversi nel fitto di una foresta senza mai perdere l’orientamento: è sufficiente tagliare le ombre degli alberi secondo un certo angolo, variabile con l’ora del giorno, per non sbagliare direzione.

Quali sono gli ambienti naturali che l’hanno maggiormente emozionata?
La natura non compromessa è sempre emozionante, nei climi e nei paesaggi più svariati: c’è una bellezza costante che si rivela ovunque. Tuttavia ci sono ambienti dove si percepisce un forte coinvolgimento e altri in cui avviene meno; per esempio, io faccio fatica a stare nelle foreste equatoriali, nel caldo umido; mi sento benissimo invece in ambienti freschi o freddi. In questo senso, penso che nessun luogo mi emozioni di più degli scenari montuosi nordici, dove altipiani e montagne selvaggi raggiungono i fiordi, per esempio in Norvegia e in Groenlandia. Fin dal primo istante in cui ho visto dal mare una costa norvegese – avevo vent’anni – mi è parso di arrivare a casa. In quei luoghi, per quanto a volte presentino difficoltà materiali di attraversamento, mi sono sempre sentito accolto, come se la Terra si accorgesse della mia presenza. È stata una grande emozione anche compiere un’immersione subacquea lungo la barriera corallina. Comunque anche sulle montagne di casa, cioè Alpi e Prealpi della Valle Camonica, posso vivere più in piccolo emozioni simili.

L’esplorazione è direttamente connessa all’idea del limite. Come supera le sue paure e il senso del limite o le criticità che può incontrare durante una traversata?
L’uomo purtroppo fa molta fatica ad avere coscienza del proprio limite. Per questo la civiltà sembra aver imboccato un tipo particolare di esplorazione: sfruttiamo tutto ciò che esiste sulla Terra senza mai volgerci indietro, così vediamo quanto riusciamo a durare. La civiltà odierna è l’unico vero “sport estremo” che si sta praticando, tutti in massa, alla ricerca del rischio ad ogni costo: il rischio dell’estinzione. Gruppi di esploratori di tutte le epoche si sono comportati allo stesso modo: predando tutte le risorse di una nuova terra, oppure avanzando ciecamente verso un immaginario Eldorado, come rappresentato meravigliosamente nel film “Aguirre furore di Dio” di Werner Herzog. La mia scelta è di togliere gli strumenti che ci illudono di essere più forti della natura. Per comprendere il limite è necessario tornare un po’ più umili, sperimentando le proprie semplici forze senza troppe protesi tecnologiche o economiche. Entrare nella natura con pochi mezzi e anche senza mettere in piedi spedizioni dai grandi costi aiuta a ridimensionarsi, a muoversi con più saggezza. Esplorare implica non conoscere a priori la meta che si raggiungerà, o la via che si seguirà (se queste cose sono note in partenza, può essere un viaggio difficile, ma non esplorativo). Di conseguenza significa vivere il cammino alla giornata, adattandosi passo dopo passo a ciò che si incontra, dopo aver osservato ogni cosa dal vivo e con calma, anziché pretendendo di passare per forza, e subito, lungo una certa direzione. Si tratta di una scelta che insegna a riconoscere i propri limiti materiali e a evitare di andare troppo oltre. Proprio per questo, a volte, permette di varcare i limiti spirituali.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Esplorare vuol dire anche adattare il proprio cammino alle forme della terra: è utile imparare a non forzare il passaggio di ostacoli pericolosi e scegliere invece di fare il giro, come nell’immagine tratta dalla traversata delle Alpi del Lyngen in Norvegia. Spesso cambiare rotta e girare intorno permette di scoprire meraviglie non immaginate.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Cercando una via sui ghiacciai della Cordillera Raura, Ande peruviane. Non trovare tracce, non ricevere informazioni, è un’occasione per sondare la libertà.

In un’intervista, lei ha citato la “geografia profonda” di Barry Lopez. Negli ultimi anni c’è stata una riscoperta della geografia, materia per troppo tempo sottovalutata, grazie a studi culturali, discipline antropologiche e riflessioni legate anche alla neurologia e alle scienze cognitive. Geografie reali, mentali, mappe sembrano ridisegnare il mondo e le relazioni tra ambiente e individui. Cosa ne pensa?
I nuovi sguardi della geografia sono di grandissimo interesse, anche perché recuperano dimensioni umane arcaiche, che abbiamo pensato di poter trascurare, senza capire che continuano ad agire nel rapporto dell’umanità col territorio. L’errore più grave della geografia del passato è stato quello di fermarsi alla fisicità della terra, senza capire che la geografia che davvero conta è una relazione. Il rapporto che ogni individuo o gruppo di esseri viventi ha con il suo territorio è l’aspetto più profondo della geografia; tanto che sradicare i viventi – non solo gli esseri umani – dal paesaggio in cui si è creata la loro visione del mondo significa distruggere il loro senso della vita. Tanti difetti della civiltà attuale dipendono proprio dal non aver tenuto in nessun conto l’influsso della bruttezza e del rumore sull’identità degli individui, la cui tradizione culturale si è formata in tutt’altro contesto. Barry Lopez ha citato il geografo Yi-Fu Tuan ricordando: “I luoghi più cari di una cultura non sono necessariamente visibili all’occhio… punti nel territorio che si possono indicare. Vengono resi visibili nel dramma… nella narrativa, nel canto, in una rappresentazione. Tuttavia è proprio ciò che vi è di invisibile nella terra a far sì che quel che per una persona è soltanto spazio vuoto sia un luogo per un’altra”. È appunto l’incapacità di vedere i luoghi invisibili che ha permesso alla civiltà di distruggerli. Questa realtà invisibile è ciò che durante una lunga traversata in natura senza informazioni preconfezionate diviene la dimensione più tangibile, la più stupefacente. Siamo lontani dal recuperare questa verità a livello collettivo, ma è un’ottima cosa che si torni a parlarne.

Nell’etimo della parola “esplorare” risiede il concetto dell’andare a scoprire: cosa porta nella sua vita quotidiana delle sue indagini senza cartografia?
Si riporta a casa molto, e di sicuro non tutto è subito riconoscibile. L’insegnamento più immediato è l’abitudine a osservare e a mettere ogni fatto o dettaglio in relazione con gli altri. L’esploratore perde l’abitudine a vedere individui o singoli fatti come realtà a sé stanti: tutto è sempre frutto di percorsi corali, buoni o cattivi. Nel quotidiano, ciò vuol dire anche, per esempio, orientarsi in città con il sole, mettere in relazione il cielo con l’andamento delle strade: vuol dire sentirsi più in compagnia. E, naturalmente, essere meno influenzabili dai giudizi lapidari emessi dai mass media. L’insegnamento più prezioso però credo che riguardi la critica nei confronti della superbia dell’uomo. Essere esploratori vuol dire anche constatare che noi umani siamo degli incredibili presuntuosi. Leggere la natura ce lo dice di continuo. Vederlo con chiarezza non facilita la vita, perché da questo punto di vista i processi decisionali nella società appaiono in gran parte sconsiderati. Il malessere che ne deriva è però uno stimolo a dare qualche testimonianza diversa; e il ricordo di come nei momenti di più grande, apparente spaesamento nella natura ci si è trovati in relazione intensa con qualcosa di sconosciuto è una luce che resta viva anche in contesti ben diversi.

Un’attività “sportiva”, se così può essere definita, estrema come quella che lei pratica con le sue imprese non può essere compiuta da chiunque. Ma se potesse scrivere un vademecum, quale consigli darebbe a un giovane aspirante esploratore?
Prima di partire per una lunga avventura in ambienti disabitati senza carte e bussola occorre aver accumulato una seria esperienza, che richiede molti anni di preparazione. A quella dimensione però possono avvicinarsi tutti, con gradualità. I partecipanti ai corsi di orientamento con riferimenti naturali che tengo di frequente mi confermano che imparare non è difficile. Si diventa esploratori semplicemente tornando curiosi del mondo che c’è intorno, e desiderando riscoprirlo con i propri occhi anziché tramite informazioni già pronte. Basta questo per ritrovare un mondo sconosciuto. Ancora più facile è imparare a riconoscere le posizioni del sole e della luna nelle varie ore del giorno, individuare la stella polare di notte, fare attenzione alla direzione del vento, guardare come scorre un fiume e intuire da che parte sono le montagne. Per capire che si può tenere una rotta diritta in un bosco grazie al sole o alle ombre che proietta, non c’è bisogno di andare in Amazzonia, il metodo funziona anche in un parco di periferia. E anche in paesaggi naturali vicini a casa, dove non c’è pericolo di perdersi sul serio, possiamo recuperare l’abitudine al silenzio, all’assenza del telefonino, al coraggio di uscire dal sentiero con la fiducia che scopriremo qualcosa di nuovo.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

Ritorno dalla cima all’ora del tramonto, Ande peruviane. Esplorando la natura, riceviamo l’energia e gli stimoli dalla bellezza stessa della terra; è questa la grossa differenza rispetto all’affrontare difficoltà nel mondo civilizzato, dove di solito bisogna attingere risorse o ambizioni dentro di sé.

Esploratore senza bussola: intervista a Franco Michieli - Or Not Magazine

In natura ci si accorge che il movimento è guidato dalle forme stesse della terra; meglio comprendiamo qual è il divenire di ogni struttura del territorio, più semplice diventa la via.

4 Responses

  1. KatiaC says:

    Ogni tanto leggere di queste avventure fa tornare innocenti. A me è subito venuto in mente Jack London e i suoi Zanna bianca e Il richiamo della foresta, i primi romanzi che ho letto ancora bambina. I bambini dovrebbero nutrirsi di più di avventure simili e così imparerebbero che a volte noi esseri umani possiamo e dobbiamo rimanere degli spettatori, un po’ privilegiati ma sempre e solo spettatori.

  2. Great man, wondeful pictures!

  3. Olga Chiusano says:

    Bene, caro Franco , dopo quanto ho letto, vorrei conoscerti . Giusto
    per capire se persone cosi’ esistono per davvero….

  4. massimo martinoli says:

    grande namastè !!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Top