TOM FRUIN: MOSAICISTA DELLA LUCE

di Sarah Corona

 

Il mosaico è un’antica tecnica che risale a 3000 anni prima di Cristo, ideata inizialmente per proteggere barriere architettoniche, in seguito come pavimentazione, per poi evolversi in una direzione decorativa e pittorica mediante tessere colorate tagliate appositamente.

Artisti di tutti i tempi si sono serviti di questa tecnica, esplorandola e rinnovandola individualmente, portandola in molti casi a esiti straordinari.

Le eccellenze sono tante, anche se questa forma d’arte è rimasta una pratica piuttosto singolare, il ciò dovuto senz’altro alla complessità della sua realizzazione. Tra gli artisti contemporanei ci sono pochi che sono riusciti a re-interpretare l’antica tecnica. Tom Fruin è uno di loro e la sua peculiarità è quella di essere riuscito non solo ad interpretare l’arte del mosaico in maniera del tutto personale, staccandolo dalla staticità bi-dimensionale del muro, ma anche ad unirlo ad altre forme d’arte, come la cucitura, il collage e l’installazione nella sfera pubblica.

 

L’ispirazione per Fruin nasce dalla strada. Le sue sue prime opere risalgono agli anni novanta, quando si era appena trasferito da Los Angeles al Lower East Side di New York. Il quartiere, che oggi è considerato una delle zone più in voga della città, ai tempi era considerevolmente degradato. Le strade erano piene di sporcizia tra la quale delle piccole buste colorate, usate per confezionare droga di ogni genere. Ce n’erano cosi tante che Fruin iniziò a collezionarle, fino ad ammassare un numero sufficiente per creare il suo primo quilt, riferendosi a una forma d’arte tradizionale degli Stati Uniti che generalmente è associata ai concetti di famiglia, calore umano, casa.

Girando la citta in lungo e in largo, in ricerca di queste bustine, si accorse presto che in ogni quartiere se ne trovava una tipologia diversa. Nacquero cosi altre ‘drug-bag’ flags e la ripetizione a schema divenne parte del suo vocabolario artistico.

 

Queste ‘tele’ si presentano come composizioni colorate, armoniose nella loro estetica e nell’accostamento dei tasselli. Ciò che ne risulta sublima le forme e i colori delle bustine, la dimensione della sostanza stupefacente e del rifiuto in generale. Altri lavori, infatti, sono realizzati con cartine di sigaretta, carte da gioco, tappi di bottiglia e altri materiali di scarto, con una predilezione per la trasparenza e la leggerezza.

 

Drappi pieni di significato, geografie del malessere, una mappatura del consumismo più estremo, allo stesso tempo un richiamo alla famiglia, al folklore, ai bisogni più umani di sicurezza e stabilità. Le opere rievocano in qualche senso il mondo delle immagini mediatiche: sfocate, pixelate, digitalizzate. C’è una certa valenza pop, seppur rinnovata e concettualizzata, per l’uso dei materiali della nostra società di consumo e per un’interpretazione del disagio psicologico a cui la contemporaneità ci ha portato. La somiglianza all’advertising è poi evidente nei suoi lavori al neon: statement visivi, quasi iconici, con i quali denuncia aspetti negativi della storia Americana, come i fatti del Ku Klux Klan, la pena di morte, la religione, il capitalismo.

 

Negli ultimi anni Fruin ha raffinato la sua tecnica di assemblaggio e ha “sollevato” l’opera dal muro alla tridimensionalità, fino ad arrivare a costruire sculture di grandi dimensioni, realizzate con avanzi di vetro, plexiglass e acrylite, tutti rigorosamente di recupero. ‘Materiali che hanno un vissuto, arricchiscono l’opera, conferiscono una lettura diversa e la rendono più profonda’, afferma Fruin.

 

L’opera Watertower, che governa i tetti di Brooklyn, è una delle sue opere maggiori, che interpreta un elemento architettonico caratteristico del paesaggio urbano in chiave contemporanea. Oltre a rappresentare un’installazione di dimensioni monumentali, l’opera funge anche come elemento d’orientamento nella grande metropoli. Le finestre colorate fanno trapassare la luce del sole, la riflettono sul suolo e sull’ambiente circostante includendolo nell’opera. La scultura/installazione cambia quindi con il passare del giorno, con il cambio di intensità di luce, ed è condizionata dalle condizioni meteorologiche.

 

In modo simile funzionano Maxikiosko e Obelisco, realizzate ed esposte entrambe a Buenos Aires. Anch’esse create con mattonelle colorate, trasformano i raggi del sole in particelle lucenti, con giochi di suggestive trasparenze. Sia l’obelisco che la casa rappresentano monumenti ‘contro luce’ in un non-luogo e assegnano nuova identità a uno spazio altrimenti anonimo. Lo spettatore è attratto e invitato a interagire con la luce riflessa, con l’opera in sé e con lo spazio circostante.

 

Fruin agisce in qualche modo come un archeologo del contemporaneo. Si serve di ‘reliquie’ fragili per far nascere un altro universo dove lo spettatore può diventare parte dell’esperimento e trasformare l’origine dolorosa in un’esperienza personale positiva. Con il suo approccio quasi maieutico, trasforma schegge esistenti in installazioni d’arte luminosa, carica di significati contemporanei, senza tralasciare il passato.

 

I pannelli di vetri colorati, che assomigliano a vetrate di chiesa, elargiscono alle opere un effetto aulico, spirituale, in contrasto con i freddi ambienti architettonici industriali in cui le opere sono spesso collocate. Il loro aspetto meramente funzionale, mette ulteriormente in risalto la loro magia estetica. Il riflesso e la proiezione della luce colorata ammorbidiscono lo spazio urbano duro e ostile. Le opere diventano punti di riferimento, fari della nostra epoca nella metropoli brulicante, ma a differenza di un faro classico, che si spegne al sorgere del sole, quelle di Tom Fruin s’accendono con la luce del giorno, si animano e vivacizzano il suolo pubblico, aprendo nuovi e cristallini orizzonti.

 

Photo Credits: 

1 | Tom Fruin — Watertower 2014, Photo by The Restless Collective Smithsonian
2 | Tom Fruin — Watertower II, 2013 Brooklyn Bridge Park Photo by Tom Fruin Courtesy Mike Weiss Gallery
3 | Tom Fruin — Watertower II, 2013 Brooklyn Bridge Park Photo by Tom Fruin.Courtesy Mike Weiss Gallery
4 | Tom Fruin — Watertower II, 2013 Brooklyn Bridge Park Photo by Tom Fruin Courtesy Mike Weiss Gallery
5 | Tom Fruin — Kolonihavehus, 2010, Photo-Andreas Bergmann Steen. Courtesy Mike Weiss Gallery
6 | Tom Fruin, Maxikiosco, 2013, Reclaimed Plexiglas, steel, paint, hardwood and programed light sequence, 10x10x12 ft. Installation view
7 | Tom Fruin — Neon Noose (blue), 2009, Dimensions Variable
8 | Tom Fruin — Ku Klux Klan, Neon installation, variable dimensions

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