Tecnologie off-grid (autonome e autosufficienti) e arte: il caso di Jessica Segall

di Sarah Corona

 

La tua ricerca artistica si concentra sulla tutela dell’ambiente e sulla ricerca di soluzioni alternative per creare energia. Tuttavia, vai anche oltre. Cerchi sempre di creare opere d’arte che siano basate sulla tecnologia ma, al tempo stesso, autosufficienti dal punto di vista energetico. E questo va oltre la produzione di opere d’arte. Come è nato questo tuo interesse?
Si’, per me l’arte rappresenta uno stile di vita, non un lavoro. Quello che voglio è usare le mie opere come una scappatoia culturale per introdurre nuove idee con cui criticare la cultura contemporanea, il compiacimento o le politiche troppo aggressive dei singoli stati volte a ridurre le risorse globali, dando cosi’ il la a nuovi dialoghi. Posso dire che, in un certo senso, vivere e lavorare nei poderi e nelle fattorie alimenta i miei interessi, perche’ in questo modo riesco a vivere e a condividere le preoccupazioni legate all’economia e all’ambiente di coloro che lavorano a stretto contatto con la terra.

Cosa ne pensi delle religioni asiatiche come il Buddismo e l’Induismo? Nella tua opera “The Thirsty Person...” vediamo del latte cadere su un iceberg bianco, cosa molto d’effetto in tale contesto dove il protagonista va alla deriva nel Mare Artico. Ci spieghi il significato?
Be’, è difficile non pensare alle origini del mondo in un ambiente del genere, dove la terra praticamente sembra essere solo ghiaccio ormai da milioni di anni. Non si è trattato di una mossa calcolata, uno di quei momenti di interconnessione dato dall’essere in un preciso istante. Sono cresciuta respirando l’aria dell’Oriente e dell’Occidente, immersa in entrambe queste due diverse spiritualita’ , dal Giudaismo al Buddismo.

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Marina Abramovic ha scritto: 

 “Rapporto dell’artista con il silenzio:
– L’artista deve capire il silenzio
– L’artista deve creare uno spazio perche’ il silenzio possa avere    accesso al suo lavoro
– Il silenzio è come un’isola nel mezzo di un oceano in tempesta
– Il silenzio è come un’isola nel mezzo di un oceano in tempesta
– Il silenzio è come un’isola nel mezzo di un oceano in tempesta”

Cosa ne pensi? Ti rispecchi nel suo “Manifesto dell’artista”?
Non ho un modo diretto di mettere in relazione il mio fare arte a una simile concezione dell’artista. Suppongo che questa citazione si riferisca alla sua performance “The Artist Is Present (?)”, tenutasi al MOMA di New York, a cui ho assistito in prima persona; un’opera che ha messo a nudo l’artista e la sua incessante ricerca che da sempre analizza le emozioni e i meccanismi dell’essere umano, oltre che rappresentare una dura prova di resistenza fisica, nell’ottica delle pratiche devozionali di yoga e privazione (molto simile ad Amma, la santa degli abbracci) e del concetto del Darshan (termine sanscrito che esprime il contatto visivo con l’immagine di una divinita’ , o con una persona reverenda, o con un oggetto sacro. NdT). Credo che Marina abbia citato queste pratiche, di cui ho una certa esperienza, cosi’ che possa rifletterci per poi fare altre associazioni. Le arti visive rappresentano uno spazio in cui esprimere il non verbale nella nostra cultura. Un modo di pensare al di la’  di ogni linguaggio, approcci alternativi alla ragione al di fuori del logos; il sensoriale, l’emozionale, lo spirituale, l’illogico, il risonante. E tuttavia il vero silenzio non consiste solamente nel non parlare, ma anche nel non fare. L’arte ha il potere di far conoscere al mondo qualcosa di fisico che inizia con un pensiero: ma tutto questo puo’ anche essere una violenza. Secondo la mia insegnante di yoga, provare a fare buone azioni è peggio che non fare nulla! Questo perche’ a ogni azione corrisponde una reazione correttiva opposta che si attiva immediatamente. Nel 2006, dopo la morte di mia madre, ho trascorso insieme a mio padre una settimana in un centro buddista a meditare nel piu’ completo silenzio. Non era il pensiero del silenzio a spaventarmi, piuttosto il non fare nulla: questa si’ che è stata una vera sfida da affrontare. Senza la violenza delle parole e delle azioni i miei sensi si sono acuiti: ogni singola mela diventava la prima che avessi mai mangiato, e anche la piu’ dolce in assoluto.

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Ti interessi in modo particolare alla cultura nomade, che rappresenta un po’ anche la storia della cultura americana, che è in parte un modo di vivere oggi riservato a poche popolazioni. Hai viaggiato molto per visitare questi popoli da vicino, sei stata in Mongolia, in Norvegia e in Peru’ per studiare l’architettura, le strutture abitative e le strategie che questi popoli mettono in atto per rimanere autonomi e indipendenti nel tempo e nello spazio. Qual è la cosa piu’ affascinante che hai scoperto?
Mi affascina sempre molto la facilita’  – e la difficolta’  – con cui ci si adatta a nuove condizioni. M’incuriosisce anche il potere esercitato dalla cultura del consumismo che costantemente provoca una sensazione di mancanza e il conseguente desiderio di avere di piu’. Ogni volta che rientro alla base dopo uno dei miei viaggi mi sento un’aliena — con tutte queste infrastrutture e l’infinita’  di azioni necessarie per poter stare al passo con la complessita’  della cultura contemporanea, urbana, occidentale, capitalista e per niente social democratica! Ma nel giro di una settimana il tran tran quotidiano riprende il sopravvento e diventa la normalita’ . Ci sono innumerevoli studi sulla felicita’  che cercano di quantificare l’impatto che le condizioni socio-economiche hanno sull’ “Indice di Felicita’  Nazionale”. Una volta che i bisogni primari sono soddisfatti e al di sopra di un determinato tenore di vita, uno stipendio piu’ alto non migliora il livello di soddisfazione generale nella vita. Penso che il concetto di vivere in un “paese sviluppato” sia ancora fortemente radicato nel colonialismo e che non tenga conto di alcuni valori come la struttura della famiglia e della comunita’ , o la forza psicologica o comunitaria che deriva dalla comprensione dell’essere umano come parte integrante di un piu’ ampio ecosistema. Abbiamo molto da imparare dalle culture che mantengono ancor oggi lo stesso stile di vita dei loro antenati vissuti centinaia di anni fa. E nei miei viaggi, anche nei posti piu’ sperduti, ho incontrato davvero pochissime persone che ancora non hanno la televisione.

C’è un’opera che hai gia’  in mente ma che ancora non sei riuscita a realizzare (per mancanza di fondi, spazi adeguati, tempo, tecnologia ecc.) e con la quale potresti esprimere al meglio la tua ricerca artistica che mira a mischiare arte e tecnologia? Hai un sogno nel cassetto?
Certo che si’! Ho in mente molti progetti a lungo termine, tra cui la serie Pyramid Land Art e la residenza per artisti. Il primo progetto ricrea simultaneamente un’oasi nel deserto del Gobi e protegge ettari di foresta pluviale che si concludono con la creazione di paesaggi areali simili per un periodo di 50 anni. Ho iniziato a lavorare su questo progetto nel 2012, con un approccio innovativo per l’oasi del deserto del Gobi in seguito ad una mia collaborazione con l’artista mongolo Tuguldur Yondonjamts. Il progetto richiede un finanziamento per sostenere le comunita’  locali che sono i custodi di questa tradizione, ma dovrebbe anche giovare all’ambiente impedendo il disboscamento e promuovendo la creazione di pozzi per l’irrigazione che vengono utilizzati dalle varie famiglie di nomadi. Sono proprio curiosa di vedere come la documentazione relativa a questo progetto si evolvera’  nel tempo e come la tecnologia satellitare che fotografa le varie aree del nostro pianeta, ad esempio Google Earth, piuttosto che i viaggi nello spazio accessibili ai privati diventeranno sempre piu’ comuni e dunque accessibili. Questi cambiamenti tecnologici sono stati valutati e inclusi in un progetto che sopravvivra’  agli architetti stessi, si spera! Sto anche progettando una residenza per artisti dove coloro che ci abiteranno potranno usare la terra come una sorta di laboratorio ambientale per l’architettura sperimentale e per la ricerca di fonti energetiche alternative. La parola d’ordine in questa casa sara’  la collaborazione interdisciplinare tra architetti, artisti e ricercatori per testare la fattibilita’  dei progetti.

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