Sono gli alberi a fare la terra. L’isola delle rose

di Katia Ceccarelli

Il bello delle citta’  che vivono nel proprio mito come Venezia è che i miti impiegano tempo ad essere costruiti e cio’ che risulta nel presente è una visione di superficie che avvolge e confonde gli strati della storia.
A cercare fra questi strati ci si accorge che spesso la grandezza cede il posto all’abbandono per poi ritornare grandezza.
Non esistono luoghi predestinati, non sul lungo termine, e la dimostrazione è nei tanti segreti e nella piccole scoperte della laguna piu’ famosa del mondo.
Il nome odierno di quest’isola, Isola delle rose, fa pensare a un piccolo paradiso e molti a Venezia sanno che ci si riferisce all’isola su cui sorge l’hotel Marriott.
Si’, perche’ l’hotel e il resort si estendono su tutta la superficie che un tempo era semplicemente nota come “Sacca Sessola” dove la sessola è quella specie di paletta usata per raccogliere granaglie, legumi secchi o immondizia.
Questa isola nella laguna sud è giovane e artificiale, nata dai materiali di riporto degli scavi di Santa Marta, il porto commerciale della citta’  realizzato nella seconda meta’  dell’800.
A quei tempi non si buttava via niente e a Venezia l’arte del riciclo non ha dovuto aspettare le tendenze ambientaliste del nuovo millennio per essere apprezzata e applicata.
Nel corso dei decenni ha conosciuto diverse destinazioni d’uso: prima deposito di materiali e attrezzi, cantiere, poi hanno cominciato a piantarci degli alberi e la terra ha iniziato a verdeggiare nella migliore tradizione della macchia mediterranea.
Perche’ qui piu’ che altrove si sa che senza gli alberi la terra non “attecchisce”.
Agli inizi del XX secolo si decise di costruire un ospedale per le malattie contagiose che poi divento’ un sanatorio per i tubercolotici.
A Venezia era abbastanza semplice isolarsi o venire isolati. Dai conventi, al cimitero, dal manicomio agli ospedali, qui c’era un’isola per tutto.
I malati avevano bisogno di aria buona che se non riusciva a guarirli, almeno alleviava le loro pene e cosi’ oggi si possono ammirare gli altissimi cedri del Libano che col loro profumo avranno dato un po’ di sollievo ai malandati polmoni dei degenti di allora.
Quante immagini di foto virate al seppia ci potrebbero tornare in mente e quanti racconti della letteratura dei primi del ‘900 pieni di fanciulle esangui e sofferenti eppure affascinanti.
Oggi quel sanatorio il cui abbandono è stato mitigato dalla cura degli ulivi da parte dei frati cappuccini, è un’oasi del saper vivere.
Salgo sulla lancia dell’albergo che fa servizio di navetta svicolando fra turisti gia’  in infradito e bermuda al primo sabato assolato del mese di maggio e dalla confusione dei giardinetti a San Marco mi ritrovo in un’atmosfera pacificata e pacata. Durante il viaggio riesco a sentire solo il canto degli uccelli, il motore del motoscafo e poche parole sottovoce di altri passeggeri.
Una volta sull’isola delle rose vado in cerca di questi fiori e una guida gentile, Chiara, biologa, spiega che le rose sono tutte bianche ma ancora non si è venuti a conoscenza del loro nome.
D’altronde, come citava Umberto Eco: stat rosa pristina nomine.
Durante il percorso sempre la stessa guida racconta degli ulivi, i primi ad avere consolidato la terra e appartenenti a una varieta’  che resiste anche alla salinita’  dell’acqua, perche’ alle loro radici arriva il mare.
Alcuni edifici del periodo in cui questa era un’isola di magazzini e cantieri sono rimasti e oggi ospitano un ristorante e delle sale per eventi.
Si sta persino realizzando un orto biodinamico disegnato nel rispetto dei criteri con cui le piante aromatiche da sole si fanno spazio e crescono.
Chi si occupa del verde ha deciso anche di piantare delle tamerici proprio di fronte al mare, c’è una certa emozione nel vedere quelle piante evocate da D’Annunzio giovani e salmastre forse ma non ancora arse.
E poi anche i fichi, testimoni ancora adolescenti di un passato antico perche’ ogni paese che si affaccia sul Mediterraneo è un paese dei fichi.
I fiori bianchi sembrano essere sbocciati tutti insieme, acacia e sambuco profumano l’aria di miele e vaniglia e poi sara’  il momento dei tigli.
Tutte piante diffuse nella campagna italiana alle quali oggi si presta poca attenzione. Un tempo erano utili per ricavarne pali e bastoni, tisane e decotti e con i fiori di acacia si facevano ricche frittelle.
Gelsi e bagolari, conosciuti questi anche come spaccasassi, sono i reduci dell’economia contadina tra terra e mare.
Un pino di Aleppo cresce adagiato con la sua corteccia rossa, polverosa e odorosa, un’edera lo invade facendo finta di essere qualcos’altro: cambia forma alle sue foglie per confondere chissa’  quale nemico.
E io ripenso a quegli olivi messi in buon ordine che a causa dell’acqua salata hanno sollevato il colletto. Un po’ come quando i bambini si avvicinano al bagnasciuga e spostano i piedini al contatto con la spuma fresca e salata.

 

Per la visita all’isola delle rose si ringraziano:

Wigwam Club Giardini storici Venezia
www.giardini-venezia.it

JW Marriott Venice Resort & spa

 

Photo credits:
Katia Ceccarelli

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