Take refuge: Kevin Cooley

 

di Alessandro Trabucco

In tutta la produzione fotografica di Kevin Cooley la luce è sempre la protagonista, soggetto principale ed elemento focalizzante capace di catturare lo sguardo e di guidarlo nella lettura dell’immagine. In ogni immagine la luce diviene quello che Roland Barthes stesso definiva il “punctum” di una fotografia, cioè quel particolare che attira emotivamente l’interesse dell’osservatore concentrando in se’ tutta la tensione visiva.

Ma nel lavoro dell’artista americano questo elemento è determinante anche nella realizzazione di un percorso creativo che non si esaurisce solo con le immagini fotografiche e che trova nell’installazione e nel video ulteriori declinazioni di ricerca e di approfondimenti linguistico/espressivi.

Nella serie di fotografie intitolata Take refuge, Kevin Cooley fotografa paesaggi quasi sempre innevati e colti in una situazione luminosa crepuscolare. Cosi’, la luce naturale crea nell’ambiente un’atmosfera di particolare suggestione e accentua in questo modo la brillantezza della misteriosa luce (presumibilmente artificiale, ma di questo Cooley non ci concede di esserne assolutamente certi) che vediamo prendere origine da un punto preciso dell’inquadratura.

Una luce intensa, abbagliante, che scaturisce sempre da una fonte della quale non riusciamo a scorgerne quasi mai la provenienza, perche’ nascosta all’interno di un ambiente chiuso, oppure tenuta tra le mani di personaggi non ben identificati, poiche’ ripresi di spalle o da grandi distanze, come moderni Prometeo portatori di un fuoco primordiale, una forza dinamica pura.

Una delle caratteristiche degli ambienti fotografati da Kevin Cooley è proprio quella di essere luoghi isolati o perlomeno apparentemente disabitati. Soprattutto, è forte la sensazione di attesa e di sospensione, come se quello che stesse accadendo in quel preciso momento racchiudesse in se’ una dilatazione temporale nella quale la luce assuma proprio il ruolo di emanazione energetica costante e inestinguibile.

Il rifugio fotografato da Kevin Cooley potrebbe essere quindi interpretato come l’ambiente nel quale ritrovare la completa sintonia col mondo circostante facendone parte, ma allo stesso tempo isolandosi da esso: un utero materno il cui liquido amniotico, che nutre, protegge e ripara, è rappresentato da una luce che immaginiamo avvolgere l’interno, ma anche irradiare l’eterno con la propria inesauribile risorsa di calore vitale.

 

IMMAGINI

Se provassimo solo un istante a immaginare di spegnere questa luce, della quale non conosciamo ne’ la provenienza ne’ la natura, probabilmente spegneremmo anche il paesaggio stesso: come una stanza che improvvisamente diventasse buia e noi, al suo interno, ciechi.
La luce, nelle immagini di Kevin Cooley, è la vera rivelatrice della realta’  circostante, è come se ne creasse le forme con la propria irradiazione, spegnendo la quale tutto scomparisse nell’oscurita’  e nell’oblio. Nell’unico centro urbano fotografato dall’artista nella serie Take refuge, la luce del piccolo rifugio nella neve è la sola segnalazione visiva di un’attivita’  in atto, l’unico elemento che dimostri una presenza vitale in un ambiente dominato da una totale assenza di ogni altra forma di esistenza.

Kevin Cooley, Take refuge

1 – Santiam Pass Refuge, 2010
2 – Devoe Street Refuge, 2011
3 – Raudfjorden Fire, 2011
4 – Clearwater Lookout, 2010
5 – Magdalenefjorden, 2011
6 – Matador Cave, 2011
7 – Rogue River Refuge, 2010
8 – Front Range Refuge, 2011
9 – Sunshine Canyon, 2010

Large format long exposure photographs
Courtesy of the artist

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Top

Continuando ad utilizzare il sito, l'utente accetta l'utilizzo dei cookie. dettaglio

Le impostazioni dei cookie su questo sito sono impostate per offrirti la migliore esperienza di navigazione possibile. Se si continua a utilizzare questo sito web senza cambiare le impostazioni dei cookie o si fa clic su "Accetto", allora si acconsente a questo.

Chiudi