Pour parler

Pour parler

novelle_vaghe

di Marco Fantini

Mi chiamo Marco Fantini, sono un artista, e da qui alla mia eternita’  terro’ questa rubrica che ho scientemente deciso di titolare “Novelle vaghe”. Si trattera’ , piu’ o meno, di una serie di raccontini sull’arte e gli artisti. Ora pro vobis introdurro’ me stesso.

Mi accusano spesso di parlare per parlare. Parlare a vanvera e parlare ai quattro venti è una questione che mi sfugge. Se mi dicessero che parlo ai fantastici quattro o alla pizza ai quattro formaggi la cosa mi sfuggirebbe ugualmente. Perchè per me ogni parola, anche la piu’ oscura, esaurisce in se stessa la sua cifra misteriosa di essere parte fondante del linguaggio, invenzione questa, che tra tutte le invenzioni dell’uomo mi appare la piu’ miracolosa. Tutto questo per introdurre un concetto molto semplice: che io le parole le amo tutte. Che sono per me gioielli preziosi da custodire e riporre con cura a ogni utilizzo. E che le rispetto alla stregua di antichi monili sacerdotali, reliquie frammentarie di un discorso che ancora non smette di affascinarmi: il discorso del soggettivismo e la sua messa in scena nella sabbia, nei muri delle caverne, nella carta pergamena e in quella stampata. La sudata parola vive tutt’oggi, alla faccia di ogni piu’ sofisticata tecnologia informatica, ubbidendo a una grammatica che sembra immune ai mutevoli sembianti del progresso. La scrittura, a qualche millennio dalla sua apparizione, ha ancora bisogno delle parole per definirsi tale. E non è cosa da poco, credo, di questi tempi modaioli.

Lo scrivere, in parallelo a pittura, scultura, disegno, tennis, boxe, cene, aperitivi, chiacchiere con gli amici, cinema e sigarette, è un fatto importante della mia vita. Da che ho ricordi, ricordo di aver sempre scritto: da bambino, per dovere, i temi scolastici, i temi a tema e i temi liberi, i riassunti dei dopo gita e le cronache dettagliate della mia vita di figlio, fratello e persona di societa’ . Da ragazzo scrivevo per desiderio di emulazione, piu’ avanti per conoscermi.. oggi per dar senso all’ozio, quindi per necessita’ .

Trovo curioso il fatto che una scuola incontestabilmente dell’obbligo, millanti di educare i giovani allo sviluppo di una libera coscienza critica. Io, che nelle pagelle delle elementari alla voce “volonta’ ” non sembravo meritare la sufficienza, ho sempre pensato che fosse strano associare un voto alla categoria dei desideri. Che ne sapeva la maestra dei miei reali desideri? Che voto meritava la mia predilezione per i racconti di avventura che rubavano il tempo all’ apprendimento delle tabelline? Che voto meritava il mio amore per la montagna e lo sci? E quale per i sogni sognati a occhi aperti? Evidentemente l’obbligo di crearmi una libera coscienza critica prevedeva che tale liberta’  dovesse esercitarsi all’interno di un listino preconfezionato di desideri, e che porsi al di fuori di essi significasse essere un fuorilegge. A dirla tutta essere bocciati a scuola era una gran scocciatura. Quindi mi sono adattato e, alla pari degli altri, ho lavorato duro allo sviluppo di una seria e disciplinata coscienza critica: per non essere bocciato, per poter continuare a leggere i miei libri preferiti, per non incorrere in sanzioni, punizioni, privazioni. E per potermi dedicare in totale segretezza al culto dei miei eroi, uomini solitari di norma, quelli che nei film western di serie B arrivavano a salvare il villaggio dai bruti per poi ripartirsene senza un penny in tasca ne’ un amore nel calzino. Me la sono cavata cosi’, senza infamia ne’ lode e cosi’ faccio oggi, con l’inevitabile strascico di un vago sentimento di inadeguatezza e la sensazione, tutt’ora viva, di essere un fuorilegge o, peggio ancora, un impostore.

La maturita’  nell’uomo, scrive Nietzsche, è ritrovare la serieta’  del bambino mentre gioca. Questa frase l’ho scoperta da solo, per caso e tutt’oggi credo superi per immediatezza e forza poetica la maggior parte dei saggi a lui dedicati. Anche Picasso, che pur ho studiato al liceo e all’universita’ , è stato una scoperta solitaria e tardiva. E’ successo pochi anni fa, alla fondazione Bayeler di Basilea, in occasione di una grande mostra su Giacometti. Giacometti è , da sempre, uno dei miei eroi personali, un cowboy dell’arte solitario ed indipendente. E un genio. Ricordo pero’ che la curatela della sua Antologica a Basilea non mi piacque e che, annoiato dalla sequenza a mio avviso troppo ripetitiva dei suoi viandanti, decisi di svoltare in direzione della collezione permanente. Accadde cosi’ che mi ritrovai improvvisamente di fronte ad un quadro di Picasso che non conoscevo. Sembrava che fosse li’ ad aspettarmi, e che mi fissasse..impossibile volgere lo sguardo altrove. Quella tela aveva un occhio e quell’unico occhio mi scandagliava, misurava e sospingeva, istante dopo istante, verso la parete di fondo. L’occhio di Picasso, da dentro l’opera mi aveva collocato a giusta distanza d’osservazione e ne’ io ne’ la mia libera coscienza critica potevamo farci proprio un bel niente: una forza sconosciuta mi aveva trasformato da spettatore pagante in oggetto della visione. Nessun altro artista è mai piu’ riuscito a provocarmi una sensazione simile, ed il mio giudizio su Picasso sara’  sempre condizionato dagli effetti di tale esperienza. Al mio ritorno non ho sentito nessun bisogno di mettere in bella copia la descrizione delle mie sensazioni. Me le sono invece tenute dentro, come emozioni incomunicabili eppur perfette cosi’, nella loro forma indicibile.. e chi se ne frega del cubismo analitico , del periodo blu, dell’eredita’  di Cezanne, della sua misoginia, delle sue donne e del suo narcisismo.. i quadri e gli artisti non si riassumono, e le opere non sono li’ solo per farsi guardare. Almeno per me.

E tutto questo panegirico per motivare il titolo di una rubrica? Si’, ma non solo. Ho sviluppato una tendenza naa’¯f nel mio lavoro che è la naturale conseguenza di un atteggiamento indisciplinato, il quale è la naturale conseguenza di anni e anni di catastrofiche conseguenze scolastiche. La conseguenza finale, quella che le raggruppa tutte, credo sia una sorta di pudore cosmicomico che mi induce alla boutade, al famigerato parler pour parler. Le mie idee migliori (sempre che ne abbia mai avute di buone), sono sempre nate cosi’, a caso, nel frammezzo di una conversazione banale, o magari guidando nel traffico dell’ora di punta, sulla scia di una canzonetta trasmessa alla radio. Non amo l’appuntamento con l’opera cosi’ come non amo le prove, le messe in scena calcolate della privilegiata condizione d’artista. Amo invece muovermi in un clima di disinvolta frivolezza per potermene poi emancipare. Per lo stesso motivo amo passare le ore seduto nei bar all’aperto, ad osservare le persone. a’ˆ li’, lontano dai banchi di scuola, dalle aule, dalle cattedre, che mi sento vivere. E l’arte, checche’ se ne dica, è proprio della vita che parla. Questo pour parler, ..a’§a va sans dire.

Marco Fantini

autoreferenziale, 2015, 120x120cm, mixed media on canvas

Marco Fantini

  Holly in the hole, 2014, mixed media on canvas, 130x150cm

Marco Fantini

12 child, mixed on paper,  30x50cm, 2012

Marco Fantini

11 pablo ruiz, 2014, 30x50cm. mixed media on paper on iron

Marco Fantini

Coi Nor, 2016, courtesy Riccardo Costantini Contemporary. view of the exhibition

Marco Fantini

Coi Nor, 2016, courtesy Riccardo Costantini Contemporary. view of the exhibition

 

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