Un po’ di ieri, tanto domani

di Katia Ceccarelli

Il ghetto ebraico di Venezia

Che sia rigorosamente proibito a qualunque ebreo od ebrea doppo fatti christiani il capitare e pratticare sotto qualsivoglia pretesto nei ghetti di questa città“, queste parole sono parte di un avviso inciso su una lapide datata 1704.
Gli ebrei a Venezia erano una presenza importante e numericamente rilevante; proprio in questa città erano arrivati e si erano stabiliti rappresentanti di tutte le nazioni ebraiche; qui nel ‘700 c’ erano ben nove sinagoghe al servizio delle tre “nazioni” compresenti:Todesca, Levantina e Ponentina.
Solo con l’occupazione napoleonica per la prima volta dopo secoli vennero divelte le strette porte del ghetto che chiudevano l’intero quartiere dal tramonto all’alba.
La concentrazione di storia è tangibile ed evidente anche e soprattutto nella verticalità che caratterizza i palazzi del ghetto veneziano.
Molto ha avuto inizio da qui, a cominciare dalla denominazione stessa del quartiere ebraico nato ufficialmente nel 1516 su concessione della Serenissima quando ebrei tedeschi si insediarono nelle zone del “getto”, le fonderie risalenti al medioevo, i nuovi residenti con la loro pronuncia gutturale di origine germanica chiamarono il quartiere “ghetto”.
Per arrivarci devi cercarlo nel sestiere Cannaregio, pur non essendo distanti dalla stazione, devi volere arrivare e attraversarne l’angusto ingresso, il “Sottoportego del ghetto vecchio” all’altezza del Ponte delle guglie.
Unico affaccio mondano sulla riva il ristorante Gam Gam che propone cucina kosher ed è apprezzato da chi ama la tradizione ma anche da studenti e viaggiatori.
Tante iscrizioni ci ricordano ciò che è stato ma la vitalità dei campi e delle calli del ghetto è una realtà e rende l’aria frizzante.
Si percepisce e lo si sente dire che i suoi abitanti vogliono farne uno dei più importanti e vitali d’Europa partendo da una base d’eccezionale qualità; “Altrimenti Mejer non ci avrebbe aperto una sede” mi dice la ragazza dai capelli rossi dell’infopoint con un caldo accento mitteleuropeo.
Ci sono cinque sinagoghe che tutelano un patrimonio comune in lingue diverse, scuole e soprattutto il recupero della tradizione kosher con tanto di scuola di cucina in un’ottica proiettata verso il futuro e, perché no, l’Expo: il cibo di qualità prima ancora che ne venisse inventato il concetto.
Il forno insegna a fare il pane e più avanti alla “Corte scala mata” si insegna l’illustrazione. Nel campiello delle scuole le prime due sinagoghe: “La schola spagnola” e “La schola levantina” e la gente, li ho visti tutti sorridenti, chi più chi meno.
Di un’altra espressione di uso comune pare qui ci sia il primato: “andare in rosso” , quello del banco, il banco rosso nel Campo del Ghetto Nuovo.
Il motivo principale per cui gli ebrei erano presenti a Venezia era proprio l’attività di prestito e credito proibita ai cristiani perché intesa, all’epoca, come usura.
Il banco rosso e quello nero (oggi non più riconoscibile) operavano come banco di pegni, per cui “andare in rosso” significava recarsi al banco omonimo, il banco verde (dall’altra parte del campo, frontale al rosso) era una vera e propria finanziaria alla quale si rivolgevano i grandi imprenditori veneziani.
E ora ho l’impressione di sentire Shylock che reclama la sua libbra di carne o che piange la perdita dell’amata figlia Jessica che vestita da giovanotto era fuggita dalla casa paterna calandosi dalla finestra nel canale dove l’aspettava il suo Lorenzo. “Ascoltami Jessica, bada di non arrampicarti alle finestre, non sporgere la testa sulla pubblica via per guardare quegli sciocchi cristiani dal viso impiastricciato, non lasciare che il suono di un vacuo ornamento entri nella mia austera dimora“.
Al tempo in cui Shakespeare scrisse “Il mercante di Venezia” questi palazzi erano ancora relativamente recenti forse i piani più alti non erano ancora stati costruiti, più tardi i palazzi del ghetto sarebbero stati chiamati i grattacieli di Venezia.
Il banco rosso ha conservato la scritta e tante altre cose che in passato la gente ha impegnato e mai più riscattato; ha riaperto i battenti come un piccolo museo dalle pareti di mattoni che hanno trasudato sale. In più è diventato un marchio che dà il nome a una produzione di biscotti, di vini e birre kosher, d’altronde: “Non c’è festa senza vino, come insegna il Talmud”, lo scrive lo studioso Giampaolo Anderlini di cui trovo un libro che mi incuriosisce.
Il campo è vissuto e popolato senza essere caotico come nelle zone limitrofe, non siamo lontani dal vociare di chi si è incamminato verso Rialto in direzione della Strada nuova.
“Il giardino dei melograni” è un hotel kosher ed è di fianco al memoriale delle vittime ebree veneziane della shoà; come dire che il ricordo è parte delle fondamenta ma il pensiero è proiettato verso l’accoglienza di chi vorrà esserci.
Di questa sensazione ho la conferma mentre mi rigiro fra le mani i materiali informativi colorati, vivaci e pieni di dinamismo realizzati da Michal Meron.
C’è tanta voglia di fare bene, tutti sono preparati all’appuntamento col futuro, io per non sbagliare ci sono andata già nel presente.

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