Only anarchists are pretty! Slogan in Fashion

1 Slogan in fashion - Or Not Magazine
Shirt – Vivienne Westwood and Malcolm McLaren — 1976 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

di Rossella Locatelli

 

Come tassello della cultura visuale di un preciso momento storico, la moda tende da sempre ad appropriarsi di linguaggi altri. Nel corso del tempo ha assorbito e rielaborato slogan eversivi o di propaganda, espressioni linguistiche fondate sull’istintualita’  e la contestazione arrabbiata.

All’inizio degli anni ’70, Richard Hell, cantante dei New York Dolls, si esibisce indossando una maglietta su cui ha scritto con un pennarello nero e grafia nervosa, quasi infantile, “Please kill me”. Il suo manager, Malcom McLaren, come molti giovani post-Sessantotto, non sopporta la militanza ideologizzata. Crede pero’ nello slogan urlato, senza barriere di sorta, anche accostato a immagini potenti. Nel 1976, lui e la compagna Vivienne Westwood prendono capi basici, li decostruiscono per poi riassemblarli in modo rivoluzionario: orli non finiti, tessuti deteriorati o lacerati, cuciture interne esibite. Soprattutto, li associano a collages iconoclasti. Su uno sfondo a righe irregolari grigie – un richiamo terribile ai fantasmi della Seconda Guerra Mondiale - frasi come “Only anarchists are pretty!”, “Chaos”, “Try subversion” si sovrappongono a un ritratto di Karl Marx made in China e a un’aquila del Terzo Reich. Ancora, su una t-shirt la scritta DESTROY sovrasta tre simboli: un crocifisso – rovesciato -, una svastica e un francobollo da un penny con l’effige di Elisabetta II.

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Shirt (details) – Vivienne Westwood and Malcolm McLaren — 1976 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

3 Slogan in fashion - Or Not Magazine
“I groaned” — Vivienne Westwood — 1976 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

Parole e simboli qui assumono un nuovo significato. Come il movimento Dada con i suoi motti e brevi poemi voleva distruggere l’arte come istituzione, cosi’ queste frasi travolgono in maniera violenta il sistema moda con i suoi gradevoli messaggi di massa. Lo stesso vale per la maglietta “I groaned with pain” (1976), su cui è riportato un estratto del romanzo The School for Wives (1955) dello scrittore scozzese Alexander Trocchi. Il libro è una sagace, grottesca riflessione sul ruolo delle donne nella societa’  degli anni ’50. Non è casuale che il tessuto abbia due tagli all’altezza del seno. Nessuno piu’ assocera’  slogan e moda con tale violenza e coraggio.

Da sempre sensibile ai nuovi linguaggi, Vivienne Westwood collabora per la collezione autunno 1983 con Keith Haring. Su felpe, maglioni, giacche e pantaloni la calligrafia fluida e veloce di Haring confonde e incrocia lettere attorno al suo “radiant boy” (affine ai “wild boys” di Borroughs). Qualcosa di simile, con meno rabbia e piu’ ironia, avverra’  una ventina d’anni dopo per mano di due enfants terribles come Franco Moschino e Jean Paul Gaultier. Lo stilista francese nel 1994, partendo dal celebre discorso di Einsenhower riguardante il “military-industrial complex” (1961), propone alcuni completi maschili con colori e tagli presi in prestito dal mondo militare o paramilitare. Salvo poi ricoprirli totalmente di scritte oscene, graffiti, tags, scompigliando cosi’ l’immagine rigorosa del soldato. Piu’ che di una presa di posizione pacifista, questa trasfigurazione dell’army man si colloca accanto alle rivisitazioni sarcastiche e queer degli stereotipi della virilita’ Â (celebri i suoi marinai) portate avanti nel corso del tempo da Gaultier.

4 Slogan in fashion - Or Not Magazine
“Diablo” — Vivienne Westwood, Malcolm McLaren and Keith Haring — 1983 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

5 Slogan in fashion - Or Not Magazine
Ensemble — Jean Paul Gaultier — 1994 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

Stravolge il guardaroba maschile in maniera ancor piu’ esplicita Franco Moschino nel 1995 (una delle sue ultime collezioni). Pantaloni, giacche e camicie vengono pensati come un caotico alternarsi di pubblicita’  erotiche, tratte da giornaletti di pulp fiction e la scritta rossa su fondo nero “Safe Sex!” – quest’ultima, pensando alla storia dello stilista, diviene un urlo tanto necessario quanto disperato. Una serie di completi maschili come proclama di smaccata diversita’  contro ogni discriminazione sessuale.

Il fattore che unisce Westwood — Gaultier — Moschino, non è tanto un’estetica comune, quanto l’attitudine all’irriverenza. Un’attitudine oggi difficilmente replicabile per diversi motivi: il progressivo accorparsi dei marchi in grandi holding del lusso, perdendo autonomia e liberta’ ; la presenza di un mercato globale che si annoia velocemente e fatica a dar valore duraturo alle collezioni; infine, il ridurre le parole a semplice exploit decorativo, ad esempio i graffiti di Stephen Sprouse per Louis Vuitton. Oggi nella moda far emergere una narrativa scomoda è una missione – forse – scomparsa.

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Ensemble — Franco Moschino — ca. 1995 (Costume Institute – Metropolitan Museum of Art)

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