Nel mio barrio non è rimasto nessuno

di Abu Lido

 

Or Not Magazine ha intervistato il sociologo Javier Auyero (Universita’  del Texas) riguardo al suo lavoro sulla violenza a Buenos Aires.

Insieme alla maestra Fernanda Berti, che lavoro avete fatto sulla violenza nel quartiere Arquitecto Tucci a Buenos Aires? Per quanti anni è durato e che strumenti avete usato? Interviste, analisi sul campo, raccolta dati statistici…
La mia collaboratrice ha lavorato nel quartiere, per circa trenta mesi, come insegnante elementare in due scuole pubbliche. Il libro si basa sui dettagliati appunti etnografici che lei ha raccolto nel corso del suo lavoro con gli studenti dentro e fuori la scuola. L’analisi poggia poi su dozzine di interviste con insegnanti e genitori e su di un centinaio di brevi interviste (della durata di mezz’ora/un’ora ciascuna) che avevano lo scopo di definire i problemi piu’ comuni evidenziati dalle persone intervistate (naturalmente il crimine e la lotta alla droga erano i temi piu’ ricorrenti). Personalmente ho intervistato cinque medici dell’ospedale locale e del centro di salute del quartiere e un assistente sociale della scuola pubblica sempre del quartiere. Abbiamo poi avuto accesso a dati, in genere difficilmente accessibili, sugli omicidi avvenuti nella zona, grazie ai contatti personali con la Defensoria Municipal, l’ufficio che raccoglie i dati sugli omicidi dall’obitorio locale. Infine, ho condotto ricerche di archivio sui giornali locali (tutti quanti accessibili on line), focalizzandomi soprattutto sui casi di violenza interpersonale (danni per dispute interpersonali e omicidi) avvenute tra il 2009 e il 2012, per individuare con precisione la distribuzione geografica di questo tipo di violenza, dato che non viene raccolto dalla Defensoria. Posso affermare di essere sicuro dei dati raccolti, dell’insieme della loro varieta’  (dove, almeno per gli etnografi, resta valida la analisi) come pure dell’aspetto generale di quanto abbiamo raccolto.

Se una delle conclusioni piu’ significative del vostro lavoro è che la violenza non è l’occhio per occhio ma una catena che si espande, è corretto dire che:  la violenza è tutto quello che fa paura cioè che fa agire fuori dalla volonta’  di intenti? In piu’: la violenza stimola una risposta non mediata dalla intelligenza?
Per lo scopo del libro abbiamo utilizzato una versione modificata della definizione di violenza di WHO cioè “ l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, potenziale o effettiva, contro qualcuno, persona, gruppo o comunita’ , quando entrambi hanno una alta probabilita’  di causare danni, di provocare la morte, (o) traumi psicologici” (WHO 2002:4). Il libro si occupa soprattutto di violenza interpersonale e collettiva. La prima comprende sia la violenza tra familiari e conoscenti stretti – ad esempio aggressioni fisiche “tra familiari e conoscenti, che generalmente hanno luogo in casa ma non solo” (WHO 2002:5), sia la violenza comune – aggressioni “tra persone che non hanno rapporti, che possono conoscersi oppure no, che in genere succedono fuori dalle abitazioni” (WHO 2002:5). La nostra definizione di violenza collettiva parte da quella di WHO e cioè qualunque atto episodio e sociale che, come ha rilevato Charles Tilly, provoca subito un danno fisico alle persone e/o ai beni, compiuto da almeno due persone le quali, anche in parte, si sono coordinate per compiere l’atto dannoso. Il nostro lavoro etnografico di lungo periodo ci dice che lo scopo della violenza non sono solamente il bisogno di ritorsione e quello di essere rispettati. La violenza, come abbiamo mostrato, serve anche per conquistare o difendere il territorio, per educare l’infanzia, per difendere se stessi e la proprieta’ , per ottenere risorse economiche e per stabilire un dominio nell’ambito familiare: in altre parole, la violenza serve per risolvere i problemi piu’ pressanti.
Il carattere etnografico della nostra ricerca ci dice che la violenza interpersonale non si manifesta solo quando le relazioni sono piu’ strette. Vero è che parecchie azioni violente di cui siamo stati testimoni, o che abbiamo ricostruito, sono scaturite nell’immediato dal desiderio di vendicarsi di un attacco passato (verbale o fisico) — tanto quelle individuali (un cazzotto in risposta ad un insulto) che quelle collettive ( la violenza spicciola per rispondere ad un tentativo di stupro). Ma appena focalizziamo la nostra attenzione etnografica in maniera sistematica e prolungata sulle molteplici forme della aggressione fisica interpersonale che hanno luogo sia nelle case che in strada, scopriamo che la violenza va oltre l’occhio per occhio, esce dalla relazione duale e coinvolge altri attori che non facevano parte della disputa iniziale. Invece di una azione reciproca confinata a una ben delimitata sequenza, una disputa delimitata per il dominio, vediamo come la una violenza sembra seguire la strada di una diffusa reciprocita’ . Per arrivare a comprendere meglio la violenza interpersonale nella vita quotidiana delle persone povere di Buenos Aires il nostro approccio deve essere rivolto a quell’insieme di avvenimenti tra loro correlati — quello che chiamiamo una catena di violenza (violenze) e non unicamente la violenza reciproca tra due soggetti.

11 Marisa Polin all wrongs and no rights - Or Not Magazine

Pensa che la violenza abbia bisogno di un contenitore quale la forza?
Secondo la nostra definizione la risposta è si’, ma è una definizione operativa. Gli studenti che si occupano di violenza “simbolica” o “strutturale” – come faccio anch’io talvolta — direbbero che la violenza non sempre richiede l’uso esplicito della forza.

Se lo Stato con i suoi apparati – polizia, giustizia, carceri – non esiste o non funziona pensa che sia impossibile sradicare la violenza?
Mi permetta di riformulare un poco la sua domanda. Il carattere ambivalente dello Stato argentino è ben noto. Lo Stato partecipa al crimine e contemporaneamente lo reprime. La polizia di Stato di Buenos Aires, ad esempio, da decenni è coinvolta nelle scommesse clandestine e nella prostituzione e, di recente, anche nei rapimenti, nei furti di auto e nello spaccio di droga. Secondo uno dei piu’ conosciuti esperti della materia, la “police tutelage” (cioè la protezione ed il monitoraggio) è indispensabile per conoscere lo sviluppo del mercato illegale delle droghe sul di un territorio. E questo mentre i tassi di carcerazione nelle prigioni federali sono cresciuti di almeno il 400% negli ultimi venti anni, soprattutto a causa dell’incarcerazione di piccoli spacciatori e consumatori. Dunque le questioni non sono tanto l’assenza dello Stato o il suo collasso o la sua debolezza, quanto la sua presenza contraddittoria causata dalla collusione tra la criminalita’  e la polizia descritto da Desmond Arias nelle favelas di Rio de Janeiro: “un agglomerato politicamente influente” che promuove la violenza. In altre parole, l’aumento degli episodi di violenza non sono il segno di “uno Stato che non c’è”, ma dell’unione tra lo Stato produttore e lo Stato perpetuatore della violenza. Una unione che ha generato un meccanismo in cui il rispetto della legge è di fatto soppresso mentre funziona “un sistema separato e localizzato”. Con uno Stato cosi’ è francamente difficile pensare che la violenza possa finire.

Pensa che la democrazia dove si rispettano davvero i diritti umani e si pratica il rispetto dell’altro, favorisca l’emancipazione dalla violenza?
Penso che la democrazia e il rispetto della legge siano essenziali per pacificare la societa’ .

Pensa che i meccanismi neurologici che presiedono alla violenza vengano “dimenticati” dagli analisti, dai sociologi e da chi produce statistiche sulla violenza?
No, non credo. Penso che i meccanismi neurologici possano al massimo favorire le inclinazioni violente, ma la violenza come fenomeno sociale deve essere compresa e spiegata a partire dalle sue cause sociali, e non individuali (siano esse neurologiche o psicologiche).

 

FOTO CREDITS

1. Untitled

2. Paul D’Amato – Barrio

3. Francisco Solorzano – Barrio 19 de abril

4. Florent Espana

5. Francisco Solorzano – Urnas

6. Laylah Ali – Green Heads

7. Laylah Ali – No title

8. Untitled

9. Untitled

10. Paul D’Amato – Barrios series

11. Marisa Polin – All wrongs and no rights

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