Mourning Light: Jane Fulton Alt

Jane Fulton Alt_Transport#2

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Jane Fulton Alt_Transport#3

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Jane Fulton Alt_Transport#4

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Jane Fulton Alt_Transport#5

Transport#5

di Alessandro Trabucco

 

Descrivere, attraverso un linguaggio artistico indiretto e parzialmente distaccato come quello fotografico, sentimenti intensi e intimi come la sofferenza, il dolore e la morte, potrebbe essere molto pericoloso, perche’ le probabilita’  di cedere il passo ad atteggiamenti moralistici e retorici sono molto alte, come le difficolta’  di mantenere elevato e sincero il livello di partecipazione emotiva.

Alcuni luoghi mantengono per sempre la memoria del vissuto, diventano i santuari di una religione universale e laica, in quanto portatrice di un “verbo” che non trova nella parola la propria espressione e non cerca tra gli esseri viventi i suoi adepti, ma rimane entita’  innata e per questo motivo insita nelle profondita’  piu’ remote, silenziose e accuratamente custodite dell’animo umano.

Questa religione, senza profeti ne’ santi, senza testi sacri ne’ dogmi o liturgie, è espressa da cio’ che di piu’ naturale esista dalla notte dei tempi e che distingua la natura umana e animale dal mondo inorganico e indifferenziato: l’empatia.

Jane Fulton Alt_Untitled (Door of No Return)

Untitled (Door of No Return)

Jane Fulton Alt_Untitled (Window to Sea)

Untitled (Window to Sea)

Jane Fulton Alt_Untitled # 2

Untitled #2

Jane Fulton Alt_Untitled #3

Untitled #3

Jane Fulton Alt_Untitled #4

Untitled #4

Le immagini di Jane Fulton Alt, della serie Mourning Light, rappresentano bene questo processo di immedesimazione e di percezione di eventi – in questo caso di profonda sofferenza – che hanno segnato in modo indelebile alcuni luoghi, ambienti che rappresentano la prova concreta delle brutalita’  indicibili che l’essere umano è in grado di infliggere da sempre a se stesso, commettendo sempre gli stessi imperdonabili errori.

Ricorrendo alla metafora della contrapposizione tra il buio e la luce, tra l’oscurita’  che annienta l’esistenza e la luminosita’  che ne contrasta la propagazione, favorendo quindi la vita, la fotografa americana crea delle visioni che, nel loro atto di documentazione realistica, sembrano immagini mentali, ricavate con fatica e afflizione da una memoria lacerata e violentata dalla barbarie e dall’ignoranza.

Jane Fulton Alt_Untitled #6

Untitled #6

Jane Fulton Alt_Untitled #8

Untitled #8

Jane Fulton Alt_Untitled #19

Untitled #19

Jane Fulton Alt_Untitled #20

Untitled #20

Un documento visivo importante da riproporre proprio oggi, Giorno della Memoria, quale momento di riflessione sulla nostra (intesa dell’essere umano in quanto essere vivente) storia recente e sulle problematiche che ancora pongono interrogativi su vicende che potrebbero pericolosamente ripetersi ancora.

Come scrive George Santayana nel suo “La vita della ragione o le fasi del progresso umano” nel 1905-1906 (quindi prima delle due Guerre Mondiali): «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo».

Foto courtesy dell’artista.

Jane Fulton Alt_Untitled#21
 

Jane Fulton Alt – Untitled #21

Il concetto di “soglia”, di attraversamento tra due spazi separati da una linea di demarcazione piu’ o meno visibile, è presente in molte espressioni artistiche e ha sempre suscitato un’attrazione particolare, soprattutto per le implicazioni teoriche che nel tempo ha saputo suscitare.
Nel caso delle fotografie di Jane Fulton Alt questa linea di separazione è rappresentata da una fonte luminosa che si pone come limite invalicabile, o meglio, come rivelazione di un ambiente in contrapposizione ad un altro, in questo caso ad una oscurita’  che ne minaccia l’esistenza.

La fotografa americana visita i campi di concentramento nazisti e i luoghi di schiavitu’ in Africa, e col suo apparecchio fotografico è «alla disperata ricerca di qualsiasi luce, visibile attraverso una porta, un soffitto, una crepa nel muro», una luce che contrasti il buio avvolgente di questi «luoghi di straordinaria tenebra». Un atto di profonda umanita’  ed empatia con una sofferenza immensa che grava nella memoria di quegli ambienti oltre che nella coscienza universale dell’uomo.

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