MEDEA di Dimitris Papaioannou. Teatrodanza e arte contemporanea.

di Laura Luppi

Quando Giasone giunge sulla Colchide insieme agli Argonauti in cerca del vello d’oro, Medea si innamora perdutamente di lui. Il suo è un amore folle che la induce a uccidere persino il fratello pur di aiutare il giovane nell’eroica impresa; un amore travolgente, a cui pero’ segue infedelta’ , omicidio e poi vendetta. Dinamiche illogiche e solo in apparenza irreali quelle narrate nelle tragedie greche, per mezzo delle quali il mito palesa gli aspetti oscuri della natura umana. La passione, il disvelamento delle forze truci ivi nascoste e pronte ad affiorare in superficie e ad incarnarsi in una figura femminile controversa come quella di Medea, sono state piu’ volte messe in scena, ma Dimitris Papaioannou lo ha fatto magistralmente nel 1993, e poi nel 2008, puntando all’essenza del messaggio originale. Fondendo l’arte recitativa con quella performativa della danza, in una visione artistica vicina al teatrodanza abbinato a uno studio accurato della scenografia, il coreografo greco ha presentato la vicenda mitologica varcando i confini tradizionali della versione classica euripidea.
Sul palcoscenico ha inserito un elemento chiave: l’acqua, fonte di vita e mezzo per approdare sull’isola, costituita da un grande tavolo di legno sul quale la maga giace come una statua dalle ali bianche. Misteriose ali bianche a cui è disposta a rinunciare pur di unirsi a Giasone, di cui veste i panni lo stesso Papaioannou, giunto per mare con lunghi passi.
La dicotomia tra bene e male, rappresentata da Apollo (dio del sole, della musica e delle arti) e da un personaggio introdotto dal regista nelle sembianze di un cane (personificazione degli istinti aggressivi e malvagi), trova nel tradimento la pena, nel desiderio insoddisfatto l’agonia, nella rabbia per il rifiuto e per l’oltraggio il raptus omicida. L’assassinio dei propri figli, a cui allude il colpo col quale Medea distrugge le due sculture che simbolicamente a loro rimandano, segna la rottura finale di ogni speranza. Al vaso dei sentimenti irrazionali dell’uomo, che possono spingerlo fino alla pazzia, viene tolto ancora una volta il sigillo lasciando sgorgare la pulsione alla vita e alla morte come due energie contrapposte. Dimitri Papaioannou su esse focalizza l’attenzione dello spettatore con immagini scultoree in movimento, usando il gesto danzato come tramite, parola per esprimere i turbamenti dell’anima dei protagonisti e condurre cosi’ alla catarsi di chi li osserva e li rivive.
“Medea” è stato performato davanti a Pina Bausch.

 

Dimitris Papaioannou (1964) è un coreografo e visual artist diplomato alla Scuola di Belle Arti di Atene. Dopo un viaggio a New York, dove è entrato in contatto con la danza sperimentale e col butoh, ha fondato la compagnia Edafos Dance Theatre, dirigendola fino al 2002. Nel 2004 è stato direttore delle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi Olimpici di Atene, portando in scena uno straordinario spettacolo dal titolo “Birthplace”. Ha realizzato molteplici progetti coreografici in cui le diverse forme artistiche trovano campo per fondersi, stupendo ma stimolando nello spettatore sempre nuove riflessioni. In particolare l’ultimo lavoro, “Still Life”, è ispirato al mito di Sisifo, l’uomo che sfido’ gli dei e per questo condannato a trasportare sulla cima di un monte un grande masso destinato ogni volta a precipitare a valle. Metafora del lavoro a cui l’uomo è per lo piu’ obbligato a dedicarsi in questa dimensione terrena, trascurando spesso affetti e vita sociale, “Still life” racconta di metamorfosi umane, di pietre in caduta libera e del desiderio di ribellarsi a tutto il grigiore cercando di spostare con una vanga le nubi dal cielo.

MEDEA (2008) / extracts from the project by Dimitris Papaioannou from Dimitris Papaioannou on Vimeo.

 

Photo credits:
1 | STILL LIFE – 2015. Photo by Greg HajiJoanidis
2 | STILL LIFE – 2015. Photo by Miltos Athanasiou
3-15 | MEDEA

One Response

  1. KatiaC says:

    Sublime bellezza del dolore assoluto.

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