L’OPERA D’ARTE: VERITA’ E INTERPRETAZIONE

L’OPERA D’ARTE: VERITA’ E INTERPRETAZIONE

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di Silvia Soannini

 

Non poteva sfuggire, a chi scrive di filosofia all’interno di un magazine dedicato all’arte e alle sue anomalie contemporanee, il tema del rapporto tra spettatore e opera.
La necessità profonda, inestinguibile, di avere un pubblico, uno sguardo, un’angolatura prospettica su ciò che ha prodotto, è uno dei motivi che alimentano nell’artista il desiderio di esporsi al mondo e al suo giudizio, a costo di provare il gusto amaro della derisione e dell’insuccesso. Spesso l’artista sente anche la necessità di spiegare la propria opera al pubblico, quindi di un rapporto “critico” con esso.
A molti di noi è certamente capitato di recarsi a una mostra d’arte e dover decidere se optare per una visita guidata o seguire semplicemente l’istinto, il gusto personale, correndo il rischio di ‘non capirci nulla’. Alcuni di noi, da studenti, hanno discusso con il proprio professore il tema del rapporto tra opera e critica: se debba avere precedenza il rapporto con l’opera o lo studio della letteratura critica, o viceversa.
Lo sguardo del critico non è la stessa cosa di quello dello spettatore. Ciò non significa che il critico non sia anche, prima di esprimere il suo giudizio, spettatore; e che l’artista stesso non sia, anche, spettatore, contemplatore della propria opera. Né significa che tutti gli spettatori che non fanno i critici di mestiere siano degli ingenui incapaci di visione critica sull’arte. Tuttavia, sguardo puro e critica sono separati nella loro essenza, ovvero, è ciò che più intimamente li identifica a renderli differenti, pur potendo essi convivere nella stessa persona.
Il dibattito tra chi sostiene la superiorità di un’esperienza diretta, pura dell’opera e chi ritiene necessaria la precedenza di una “spiegazione” è un fatto che appartiene alla storia umana. A partire soprattutto dal ‘900, la critica dell’arte e del pensiero ha conquistato un ruolo di primo piano, cresciuto di pari passo con una radicale trasformazione nelle arti conosciute: nuove possibilità di espressione, proposte di fruizione radicalmente alternative rispetto al passato, hanno reso sempre più indispensabile un intervento chiarificatore. Man mano che il linguaggio dell’arte si è fatto più complesso, allontanandosi dall’idea classica di rappresentazione, di riproduzione della realtà così come essa è, si è reso necessario l’intervento di un tramite tra la realtà e l’espressione artistica. Questo tramite, che per comodità chiamiamo “critica” non è altro che il linguaggio. Logos, lo chiamavano gli antichi greci, letteralmente: pensiero discorsivo, pensiero che si traduce, nel suo stesso svolgersi, in un linguaggio. La critica dunque non è che il linguaggio che spiega l’opera, magari le parole dello stesso artista che va a chiarificare i significati del proprio lavoro e impegno.
Prima di affrontare il tema del rapporto tra visione e critica, è necessario porsi una domanda più radicale, non dare risposta soddisfacente alla quale priverebbe di senso questo lavoro. Se esiste una necessità di chiarire quel rapporto, in un tempo in cui l’arte e il pensiero sono divenuti proposte rivolte a nicchie di popolazione mediamente colte, è perché esso nasconde ed espone contemporaneamente un’altra relazione ancora più profonda e scabrosa: quella tra arte e verità.
Le opere d’arte che rapporto intrattengono con la verità? L’arte e i suoi prodotti “inutili” dicono una qualche verità sulla realtà del nostro tempo? E se sì, la verità che esse proclamano serve a qualcosa, a qualcuno? In un mondo impegnato a sopravvivere in mezzo a tematiche molto più concrete e drammatiche come migrazioni, guerre, crisi economiche e del lavoro, a che serve l’arte? E’ un fatto ovvio, se escludiamo parzialmente il cinema, che oggi i musei, prodotti essi stessi della modernità, mostre, saggistica, romanzi, sono sempre meno frequentati.
L’arte sembra giungere a una sorta di fase conclusiva, sostituita dai nuovi media, “social network”, che con essa nulla hanno a che fare, ma che ne stanno progressivamente prendendo il posto, sia in termini di tempo che dedichiamo loro, sia nel loro assurgere al ruolo di nuovi strumenti di interpretazione del mondo. L’arte e il pensiero -la cosiddetta saggistica- inoltre, si disperdono sempre più nelle derive di una divulgazione che banalizza o, all’opposto, in tecnicismi e performance così distanti da una possibilità di autentica fruizione da segnare esse stesse la loro condanna.
Tuttavia, l’arte, le arti sopravvivono: resistono, tentano nuove vie — non è il cinema stesso un tentativo di rinnovamento e sopravvivenza? – nuove forme di espressione; sopravvivono a costo di presentarsi a un pubblico di dieci persone, aggrappandosi tenacemente a quelle eccentriche nicchie di appassionati rimaste e sempre immaginando il ritorno di un pubblico numeroso. Perché l’arte reclama ancora un posto in un mondo che l’ha relegata ai suoi margini?
Ciò che resta, al fondo, ciò che colpisce delle persone, anche di quelle che ignorano i libri o la visita ai musei, è l’inesauribile domanda di verità: la quale ci accomuna, se non proprio tutti, in molti. Ovunque si vada, per le strade, per le informi e vocianti reti virtuali, a insinuare il nostro sguardo pieno di sospetto nei corridoi della politica, chiediamo, pretendiamo che ci venga detta la verità.
E che cos’è la verità se non dire le cose così come esse stanno? Esigiamo che ci venga fornita una parola, un’immagine, un suono, che ci dica i fatti, che punti dritto alla realtà per farcela vedere in trasparenza, nella sua verità. Siamo forse meno abili a riconoscerla, la verità, ma il nostro bisogno persiste: il bisogno di non essere ingannati è umano, prepotentemente umano. Ai bambini non si insegna forse a dire sempre la verità? E che ne è di quegli adulti che disimparano la lezione?
Come è possibile che il regno dell’illusione per antonomasia, della creazione di mondi, dell’apparentemente palese inutilità per la vita delle persone, dica la verità? Chi scrive è convinta che ogni proposta artistica autentica risponda e corrisponda al bisogno di verità dello spettatore, in una maniera specifica, diversa da quella dei “fatti” della realtà.
Tutte le opere che siano arte -trascuriamo qui l’ossessione occidentale di come distinguere l’arte vera da ciò che non lo è- ognuna in un modo differente dalle altre, producono un effetto su una specifica parte di colei/colui che ne è spettatore, una parte profonda, sempre uguale a sé stessa e sempre allo stesso tempo in divenire: l’emotività.
La visione, l’impatto con l’opera, muove emozioni e, così facendo, ci svela il senso del mondo e delle nostre esistenze. Talvolta, se siamo fortunati, i significati che l’opera ci rivela ci conducono a un’idea di innovazione, al desiderio di cambiamento e all’azione che ne consegue: rivoluzione di noi stessi, del mondo piccolo o grande che ci circonda. Altre volte l’impatto con la potenza estetica e di significato dell’opera resta sul piano del ritorno a noi stessi, della comprensione di noi e del mondo, senza produrre quel miracoloso e unico istante del coraggio che ci spinge alla rivoluzione: ma anche fosse tempo dedicato solo a comprendere, non sarà mai stato tempo perso.
L’impatto con l’opera produce, in primis, quello che Heidegger in L’origine dell’Opera d’Arte (1) chiamerà lo Stoss: tradotto in linguaggio corrente, uno shock emozionale. Attraverso lo shock emotivo e il pensiero che lo accompagna -come ci insegnano le più recenti scoperte delle neuroscienze(2) emozioni e pensiero non sono registri opposti: ogni pensiero è emotivamente colorato e ogni emozione è anche “pensante”, suscita pensieri- veniamo modificate/i dal di dentro: comprendiamo i significati delle nostre esistenze, del nostro vivere.
L’arte, perché suscita in noi emozioni e pensieri, non è un fatto “soggettivo” come spesso siamo disposti a credere -non ogni opera d’arte piace a tutti, questo non rende l’arte un fatto soggettivo- proprio perché in primis le nostre emozioni e pensieri non sono essi stessi soggettivi: ciò che appartiene al nostro essere più profondo di esistenti umani, donne e uomini, definisce chi siamo, non può essere ridotto a fatto soggettivo -il soggetto, ossessione del pensiero occidentale-
La capacità di amare -e di odiare- i nostri simili in profondità, la conoscenza intima e insostituibile del nostro amato/a che ci dà solo l’amore per lei o lui, non rimpiazzabile con una pura conoscenza oggettiva e razionale della persona; la conoscenza dell’altro che ci dà l’empatia, ovvero la capacità di metterci nei panni e sentire emozionalmente il vissuto degli altri/e: tutto ciò, lontano dall’essere un fatto soggettivo, definisce chi siamo, in primis come esseri umani, in secondo luogo nella nostra singolarità: io silvia amo queste persone, ho sentito intimamente i vissuti di queste altre, ma non ho sentito nulla per altri che pure mi hanno amata. Amore e odio, sentire e freddezza emotiva, ci definiscono, dicono chi siamo e qual è la misura del nostro rapporto con il mondo e con gli altri.
Le emozioni non sono dunque soggettive in quanto ci definiscono e l’arte, proprio perché capace di muovere le nostre emozioni più profonde e di darci, così, la comprensione del nostro vivere, non è soggettiva.
Per questo e per molto altro l’arte, sempre sul punto di “finire”, non è ancora finita.
Potrà esistere in futuro un’umanità senza l’opera d’arte? La risposta è sì, potrà quanto meno sopravvivere.
Ma se così sarà, ci toglieremo un pezzo di noi, di quello che siamo stati e ancora, dopo tutto, siamo, perché esiste una parte del nostro bisogno di verità che non può essere soddisfatta solo da una politica sincera, da rapporti di lavoro chiari, da relazioni limpide con i nostri simili, ma può essere placato solo da un particolare oggetto: l’opera bella, la sua significatività assoluta e posta in relazione a noi che ne siamo gli spettatori prima che i critici.
L’esperienza dello shock emotivo -commozione- di fronte all’opera ci riporta al tema con il quale abbiamo aperto questo articolo, al quale ora siamo in grado di rispondere: è strettamente necessaria la guida ai musei? È necessaria una parola, spiegazione che preceda? E’ indispensabile che l’autore si spieghi prima che possiamo accostarci alla sua opera?
La mia tesi, mossa dalla tesi sulla verità d’arte, verità dello shock estetico, emotivo, morale e intellettuale, è quella dell’essenzialità, inevitabilità del rapporto diretto con l’opera: prima di qualunque mediazione, prima di qualunque parola volta a spiegare, chiarificare. Questo prima, però, non deve essere inteso in senso temporale: non c’è nulla di male se facciamo la nostra visita al museo con l’aiuto di una guida. Il nostro prima indica solo l’inestinguibile importanza e significato dell’esperienza diretta, in quanto solo in essa può disvelarsi la verità di quell’opera, di quel quadro, di quel romanzo: mettersi davanti all’opera, oppure di fianco, o solo in ascolto e lasciare che essa ci parli, si dia alla nostra visione, o soltanto suoni per noi: che in quel momento saremo soli, i soli ad ascoltare.
La “guida” sarà sempre necessaria: sempre alimenterà la nostra consapevolezza, trasmetterà significati che non abbiamo colto e, forse, non saremmo mai stati in grado di cogliere da soli. Sicuramente non potrà mai sostituire né creare dal nulla quell’esperienza che è gesto di verità e rivelazione e, quindi, non può che essere intimamente singolare, personale.
La visione diretta dell’opera richiede coraggio: il coraggio dei folli, quello di chi abbandona le cose note, anche la propria conoscenza più solida, per mettersi in viaggio, senza sapere cosa troverà, se il suo coraggio basterà ad arrivare infine a trovarla, quella verità, a vivere quella profonda commozione che solo l’arte ci dà e che per alcuni addirittura conduce all’assoluto. Il tentativo non può che essere personale e diretto, dunque ogni mediazione critica dovrà essere intesa come il viatico che il viaggiatore porta con sé perché gli sia utile a sopravvivere fino alla meta finale, senza poter in alcun modo sostituire né creare l’atto della visione e dell’ascolto, la rivelazione di verità che l’opera stessa rivendica per sé, perfino al di là delle intenzioni consapevoli di chi l’ha creata.

 

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(1) Martin Heidegger L’origine dell’Opera d’Arte in Holzwege. Sentieri erranti nella selva, (a cura di V. Cicero), Bompiani, Milano 2002
(2) Si veda Antonio Damasio L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, 1995; Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, 2003; Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente” Adelphi, 2012.

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