Light writes always in plural – Anne Senstad

di Sarah Corona

 

Da Goethe a Octavio Paz, attraverso James Turrel, Dan Flavin e Douglas Wheeler, per arrivare a una sola cosa: la luce in tutte le sue forme e colori. La luce come oggetto, come elemento architettonico, la luce come motto filosofico. La luce come confine politico ed etico.

Come per dire, “La luce scrive al plurale”[1], ponendo l’accento sul fatto che il suo raggio d’azione non ha confini. Si comporta come l’acqua, s’infiltra dappertutto, occupa lo spazio e lo altera fisicamente e psicologicamente.

I media che Senstad usa per esprimersi variano dal neon alla proiezione, dalla stampa fotografica all’installazione site-specific e la land-art. Senstad si occupa di inserire la luce e/o corpi luminosi nello spazio quotidiano – sia esterno o interno, abitato o non. E questi corpi fungono spesso come metafora o messaggeri di un mondo umano in cui emozioni ed esistenza sono ridotti al minimo.

a’ˆ proprio l’opera al neon “Light Writes Always in Plural” che apre lo scenario alla produzione artistica di Senstad. Ispirata dal titolo di Octavio Paz nel saggio sulle opere d’arte di Marcel Duchamp “Water Writes Always in Plural”, il neon non solo emana la sua luce bluastra dovunque, come l’acqua, ma rappresenta anche un gioco intelligente di parole e concetti di filosofia e vita. Sotto il tubo fluorescente si nasconde un’attenta analisi e critica della nostra lingua, intesa come mezzo di comunicazione di massa.

Alla letteratura e alla filosofia di grandi pensatori sono ispirate anche gli altri lavori al neon. “Forget Flavin” nasce dal titolo dell’articolo di Baudrillard “Oublier Foucault” (1977), un’ode/critica a Foucault che è sempre rimasta senza risposta. Senstad si appropria del concetto trasformandolo in opera d’arte luminosa “Forget Flavin”, dichiarando all’artista minimalista americano la sua ammirazione e antagonismo. Tradotto in ideogrammi cinesi, la frase assume poi non solo un addizionale valenza visiva/iconografica, ma la relazione immagini/parola è caricata di ulteriore significato. Un terzo esempio è “Light Owe’s it’s Existence to the Eye”, una citazione di Goethe e un riferimento alla sua ossessione per la luce e il colore. Le opere/ frasi al neon sono quindi subliminali promemoria e sintomi visivi di un concetto intellettuale/artistico, tradotti in oggetto tangibile.

Un aspetto piu’ politico assumono le installazioni nella natura, o land art. Un’opera esemplare è “The River of Migration” (2010) realizzato nella bassa California e fatto di 72 luci piantate nel paesaggio collinare, in modo da creare un una linea spaziale che interferisce con quella geografica. Non si tratta solo di un intervento nella geografia, ma di un forte gesto di opposizione alle politiche di migrazione: un’opera/monumento silenziosa a quelli che hanno perso la vita cercando di fuggire oltre il confine del Messico. Le lampade a energia solare rappresentano le vittime del 2010, anno di realizzazione del progetto. La sequenza delle luci ricorda l’atto di processione migratoria, il raggruppamento dei membri secondo eta’ , stato di salute, compito nel gruppo. Il fenomeno di luce artificiale in un paesaggio naturale e incontaminato riflette sulla nozione di giorno e notte, luce e buio, proponendo un pretesto d’intenzionale interazione.

Le opere nelle quali pero’ riesce a catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore sono le grandi installazioni ambientali. Attraverso la proiezione di luce colorata tinge interi ambienti di rosso, blu, giallo, verde e tutte le loro sfumature intermedie. Combinato a suoni prodotti appositamente, si crea una poesia visiva e lo spettatore è indotto a un’esperienza sensoriale che, attraverso visioni di puro colore e suono, confina a un fenomeno sinestetico. Senstad spiega: “a’ˆ la percezione oculare che si sperimenta in natura, combinata a un’illusione ottica vissuta fisicamente, perche’ avvolti da campi di colore, forme e suoni artificiali, a creare momenti di totale sinestesia.”

Cosi è l’opera “Kinesthesia for Saint Brigid” (2011-12), un’installazione composta da una continua proiezione di colori in una chiesa sconsacrata ad Ottawa (Canada). Accompagnata da un sottofondo musicale incalzante, composito da JG Thirlwell, l’opera da’  origine a un’esperienza d’arte trascendentale. “Si tratta di creare vita in uno spazio chiuso e inabitato” dice Senstad. Evoluzione di quest’opera è “Universals” (2013), esposta nell’ambito della 55. Biennale di Venezia del 2013. Un poligono realizzato con tubi di plexiglass trasparente abita il centro dello spazio espositivo ed è continuamente esposto a campi di luce colorati. La scultura nasce dalla scissione dei campi di proiezione di luce, e la seguente ricomposizione in un solido. L’opera sfida i confini dell’architettura, del video e dell’idea tradizionale di scultura nell’ambito di uno spazio chiuso e definito ed evidenza il tentativo di solidificare lo spazio che luce e colore abitano. E chiusi e ben definiti sono anche le sue stampe digitali nelle quali possiamo osservare piante d’ipotetiche sculture, solidi impossibili fatti di raggi colorati e visibili. Come direbbe Goethe, “visibili solo grazie a una perfetta combinazione tra la distribuzione dell’ombra e della luce riflessa da un oggetto trasparente.”



[1] Da Octavio Paz on Duchamps work “Water writes alway in plural”

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