LE CIRCOSTANZE DI PARIGI

LE CIRCOSTANZE DI PARIGI

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di Silvia Soannini

 

 

«Je me souviens d’un jeune homme – un homme encore jeune – empêché de mourir par la mort même – et peut-être l’erreur de l’injustice.” (1)

Tutti quanti, almeno una volta nella vita, siamo nati a Parigi: anche se non avremmo mai voluto trovarci lì, anche se non ci abbiamo trascorso nemmeno un weekend perché siamo certi di non amare i francesi, anche se ci siamo passati solo per caso e per noia. Tutti quanti siamo stati lì, una volta nella vita.
Almeno una volta abbiamo passeggiato per le vie di Pigalle, sostato davanti all’ingresso del Moulin Rouge immaginando le mille vite che da lì sono transitate, le infinite serie di ballerine di can can, di gonne svolazzanti e di tacchi neri che hanno inciso per sempre quel palco con il loro ritmico pestare: anonime non per tutti, dimenticate ma non così tanto da non ricordarci che è esistito un mondo come quello, un posto così nel mondo. Almeno una volta abbiamo percorso l’infinita serie di gradini che porta a Montmartre fino ad arrivare sulla cima, dove si trova la Basilica del Sacro Cuore, tra mercatini e ristoranti, dove tutto è sacro e ogni cosa profana, per poi voltarci all’improvviso e scoprire stupiti, distesa sotto di noi, la città intera: grande come Roma ma priva delle sue maestose fontane, immensa gigantografia come New York, ma senza la corsa all’oro di Broadway, europea quanto Berlino, ma senza il crocevia di vite e di storie che si dà appuntamento in Alexander Platz.
Azzurra: di Parigi vista dall’alto di Montmartre ricordiamo l’azzurro, la sensazione di azzurro e bianco e sfumature grigie così certe e definite che quella città emana. Come una sentenza a vita ma leggera, di Parigi non è permesso dimenticare il colore, quell’uniforme mai monotono delle sue case e delle strade. E’quel colore che racconta la storia della città, trasmette le memorie e le vite di coloro che gli sono appartenuti e che ci appaiono ancora oggi così splendenti e vivi, ci ricorda per quale motivo Parigi è una circostanza delle nostre vite, delle nostre biografie spese lontano da lì: casuale come tutte le circostanze, ineludibile come loro stesse.
Nessuno è mai morto a Parigi.
A chiunque transiti da quei luoghi, passeggi per quelle strade, è concessa la vita immortale. A qualunque età della sua storia avvenga il passaggio di una persona per la città, la vita non si sviluppa più tra un inizio e una fine, bensì accade con la stessa impalpabile impassibilità del cristallo: il cuore inizia a battere con ritmo regolare e fermo e a interrompere la sua naturale corsa verso la fine.
Parigi è un simbolo, un mito potente incastonato nell’immaginario di molti di noi. Certamente Parigi è tutto questo ma, forse, è qualcosa di più di un simbolo.
Che cos’è un simbolo? Un’immagine, un luogo, una persona, una canzone che per vari motivi, per varie ‘circostanze’ si è fissata nella nostra mente. Tuttavia, quando pensiamo al simbolo ‘Parigi’, o le serigrafie di Warhol, le camicie a quadrettoni di Kurt Cobain, abbiamo già nella testa qualcosa o qualcuno che ha assunto un ruolo definito, ha un’importanza e un valore che gli sono già stati riconosciuti ‘ufficialmente’.
Parigi, a differenza di Warhol e di Cobain, non è solo un simbolo ‘già formato’ che troviamo davanti a noi.
Che cosa possiedono le circostanze che non appartiene immediatamente ai simboli e ai miti?
Esse vivono in uno stato per così dire embrionale, prima ancora che esista una loro ‘narrazione’: sono ciò che agisce su di noi fin dall’infanzia. Sono quindi, rispetto al simbolo e al fatto che esso deve essere almeno in parte scelto e fatto proprio, casuali, non scelte: eppure determinanti.
Spesso, ripensando alle circostanze della nostra vita, le vediamo come fatti accidentali, accadimenti che avrebbero potuto essere diversi da come sono stati ma comunque noi saremmo stati noi stessi, col nostro carattere, le nostre scelte, i pregi e i difetti. Saremmo stati pur sempre noi, un po’ diversi, da un’altra parte del mondo, nascendo da una madre diversa, in una terra che oggi ci è straniera e che ci sarebbe stata essa stessa, invece, madre, se solo fossimo nati lì.
La circostanza di Parigi ci accompagna dalla nascita. Dai primi libri di scuola, Parigi è parte della nostra crescita, della formazione del carattere e della persona. La respiriamo nell’aria, nei manifesti pubblicitari che richiamano le sue piazze e le sue strade, in certe canzoni come ‘La Vie en Rose’, incisa nel nostro DNA prima ancora di sapere chi sia Edith Piaf.
La filosofa spagnola Maria Zambrano è l’incontro della mia vita, la ‘circostanza’ che mi ha fatto conoscere l’importanza delle circostanze, la co-essenzialità delle circostanze ad ogni biografia. Contrariamente a quanto spesso si immagina, Bios, radice della parola ‘Biografia’, per gli antichi greci non indicava la mera vita biologica così come la intendiamo noi oggi: il nascere il morire, il respirare il mangiare, la vita della terra e dei suoi frutti, degli animali. Quest’ultima veniva chiamata dai greci Zoe, vita che partecipa del ciclo naturale del cosmo, senza parte e senza gloria alcuna. Bios, per i greci, era la vita degna di essere trascritta in un racconto, quella della quale si poteva fare narrazione: voltarsi alle proprie spalle alla fine di un percorso e vedere finalmente, come un disegno compiuto, la propria storia. Ecco che Bios diventa biografia quando riconosce come essenziali donatrici del senso di quello che siamo e della nostra storia, le ‘casuali’ circostanze.
Il significato esistenziale che le circostanze assumono nel contesto di una vita è il motivo per cui Maria Zambrano scrive che dobbiamo ‘salvare le circostanze’ dall’oblio in cui la nostra mente vorrebbe relegarle, considerando la loro casualità come segno di scarsa importanza per noi stessi, la nostra crescita e la nostra stessa vita adulta.
La circostanza della vita di Maria Zambrano fu l’esilio, al quale fu condannata verso la metà degli anni trenta dopo il fallimento della guerra civile spagnola e l’inaugurazione del regime di Franco. La circostanza dell’esilio l’accompagnò per 40 anni, tempo nel quale condusse una vita girovaga tra America Latina, Cuba, New York, la Francia e infine Roma, frequentando molti degli intellettuali dell’epoca. Una circostanza della vita di Maria Zambrano è che la madre morì a Parigi, nel 1946, subito dopo la fine della guerra e la pensatrice, la quale viveva allora in Messico -erano tempi difficili per viaggiare- la rivide solo due giorni dopo la sua morte.
Dunque, almeno dal 1946 qualcuno ha iniziato a morire anche a Parigi.
Questo articolo, memoria delle vittime delle stragi di novembre in Rue de la République, è anche un omaggio alla filosofa spagnola, colei che seppe donare alla filosofia il linguaggio della poesia, utilizzando parole che sapevano pronunciare la vita, dire l’esistenza così come essa è, sentendo intimamente la singolarità di ogni vita e di ogni morte. Zambrano creò per la filosofia un linguaggio lontanissimo dalla razionalità del linguaggio filosofico classico, così spesso insensibile verso la unicità di ogni vita, di ogni biografia, di ogni singolare nascere e morire e di tutto ciò che sta in mezzo. E questo non perché è bello utilizzare un linguaggio poetico per parlare di filosofia, bensì perché certe cose, certe nascite e certe morti, la razionalità del concetto non ce le potrà mai dire.
Per questo, per parlare della morte, delle morti violente di Parigi, mi sono voluta ispirare a un modo diverso di fare filosofia, che esiste ed è fondamentale nella storia del pensiero: perché per dire la morte, la Filosofia con la F maiuscola ci direbbe ‘tutti gli uomini sono mortali, anche Socrate è mortale’, mentre noi, qui, abbiamo bisogno di parole che ci permettano di sentire ogni singola vita, ogni singola morte avvenuta per quelle strade, il palpitare della vita dentro ognuna di quelle morti. Per questo, solo l’immagine, l’icona di Parigi e il colore delle sue strade potevano parlarci di quei singolari avvenimenti.

In fondo al testo troverete una biografia essenziale (2), per coloro che saranno interessati a conoscere il pensiero di questa straordinaria filosofa che ci ha insegnato a ‘salvare dall’oblio le circostanze’.
Le morti di Parigi sono circostanze casuali perché non volute, ma essenziali per le nostre biografie: lo sono perché tragiche, ma contemporaneamente lo sono perché Parigi incarna per noi una circostanza essenziale delle nostre storie. Se quelle morti ci hanno annientati è, anche, perché sono accadute a Parigi.
Questo vuole essere l’invito alla riflessione di questo articolo: lo snodo teorico che Parigi incarna ma che, a rifletterci, può essere trasferito a molte altre situazioni delle nostre vite: perché alcune circostanze più di altre? Perché alcune e non altre?
Qualcuno dirà che questa è la retorica con la quale ci concediamo di dimenticare la Siria, la Nigeria, e tutte le terre martoriate del mondo. Verissimo: ma proviamo a fare un passo, anche oltre la nostra stessa retorica.
Perché Parigi e non uno degli infiniti luoghi del mondo dove ogni giorno si consumano tragedie della violenza e dell’incapacità crescente di tutti noi di provare emozioni, di avere ‘coscienza’ dell’altro e delle sue tragedie, sue infinite vite spezzate: estrema deriva dalla banalità del male, la nostra indifferenza rimane senza un perché.
Dopo le stragi del 16 novembre a Parigi siamo stati accusati, abbiamo accusato, ci siamo reciprocamente accusati di esserci svegliati solo allora, senza accorgerci del mondo che sprofondava nel baratro da tempo intorno a noi, dietro la porta di casa.
Le accuse sono tutte valide: c’è una insensibilità, assuefazione e banalità dilagante da intendersi come mancanza di coscienza per tutto quello che accade nel mondo e che sembra non interessare più.
Ma le morti di Parigi, più che essere guardate col tono accusatorio ‘verso chi era più distratto dell’altro’ possono diventare la circostanza del nostro risveglio, almeno tanto quanto Parigi è stata la circostanza della nostra formazione alla vita adulta.
Non è solo questione di distanze geografiche, ‘Parigi è vicina’, come molti vogliono intendere.
L’essenzialità di Parigi per tutti noi fa diventare quelle circostanze donatrici di senso a tutte le altre morti, ce le mostra in controluce, rendendoci da ora in poi molto più difficile ignorare la Siria e gli altri numerosi luoghi di morte sparsi sulla terra. Ci invita a volgere uno sguardo verso quei paesi lontani, verso quei barconi così vicini: uno sguardo non compassionevole, bensì di attenta partecipazione e che ci faccia finalmente entrare in contatto con la realtà delle cose: i barconi non sono cyborg creati per esistere in un modo virtuale: sono accadimenti reali, carichi di persone e di vite, che ci impongono di decidere da che parte vogliamo stare.
A questo, crediamo, è servita e servirà Parigi.

 

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(1) Maurice Blanchot, L’instant de ma mort, Gallimard, Paris 2002
(2) Il sogno creatore, Bruno Mondadori, Milano 2002; Delirio e destino, Raffaello Cortina, Milano 2000; Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano 1991; La confessione come genere letterario, Bruno Mondadori, Milano 1997; La tomba di Antigone, La tartaruga, Milano 2001; I beati, Feltrinelli, Milano 1992

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