La barca nel prato, un giorno a Torcello

di Katia Ceccarelli

Al tempo in cui fu abitata Torcello doveva sembrare abbastanza vicina alla terra da poterci tornare in qualsiasi momento.
Quella parte d’Italia contesa da Longobardi e Bizantini era una landa in preda alla confusione e alla paura così alcuni, per poter lavorare e vivere in pace pensarono di mettere fra loro, le loro bestie, le loro occupazioni e la guerra un lembo di mare; un mare che non incuteva timore perché era verde come i campi, non ancora azzurro come il cielo e l’ignoto.
Divenne un posto importante Torcello, costruirono chiese, case, una cattedrale, vi trovarono dimora anche reliquie di santi. Dall’antica Altino erano andati a vivere lì mercanti, contadini, artigiani. E poi c’erano tanti alberi da frutto da farci la composta per conservare la dolcezza anche d’inverno.

Oggi arrivare a Torcello coi mezzi pubblici richiede pazienza, i collegamenti non sono frequenti; perdi una corsa e aspetti un’ora ma l’attesa vale la soddisfazione della navigazione nella laguna superiore.
Bisogna andare in direzione Burano, si costeggia Murano guardando dal vaporetto le insegne e le facciate a mattoni delle fornaci, nomi autorevoli e austeri del vetro, mete di shopping.
Sbarcando a Torcello non vedrete le case colorate di Burano, vivaci soggetti del fotografo qualunque; pare che chiunque possa scattare una foto bella a Burano. Pare anche che gli sposi, assuefatti a tanto colore per cercare uno sfondo degno del loro amore vadano a farsi fotografare a Torcello.
Chi scende qui cerca la sospensione del tempo, un respiro profondo, vuole lasciare l’affanno del turista assaporando in cambio la consapevolezza del viaggiatore.
A differenza delle calli veneziane non si è oppressi dal vociare continuo e costante, è bello stare in silenzio a Torcello, si è invogliati a parlare a voce bassa per ascoltare il canto degli uccelli, il fruscio dei canneti, perché l’olfatto non sia distolto dall’odore fresco dell’erba e dei fiori di campo.
Torcello è campagna fruttuosa in piena laguna, predomina il verde con i toni della pietra e della terracotta su quest’isola che è lambita dal trionfante splendore di Venezia pur conservando un’identità propria e unica.

Melograni si affacciano da ogni cortile e da ogni orto o giardino che ogni casa cura, c’è il sapore d’oriente e delle sue forme in questo luogo che concentra lo spirito bizantino alle radici di Venezia.

Le pietre e i mattoni sono quelli del ravennate e i pini marittimi si accompagnano a cipressi e carrubi. Qui un mosaico antichissimo del Giudizio universale ispirò Giotto.
Gli abitanti del borgo in mezzo all’acqua verde non arrivano a venti, l’isola in sé non arriva a un chilometro quadrato.
Niente boutique di grandi firme prese d’assalto da russi, cinesi, indiani, il lusso è la locanda Cipriani, luogo di soste autorevoli come quelle di Hemingway quando voleva stare tranquillo.
Puoi camminare senza essere spintonato e puoi tenere il naso all’insù a Torcello dove gli ambulanti pensano ai gatti liberi, loro compagni nelle giornate di lavoro, vigili all’ombra e sereni sapendo di essere rispettati.
La ragazza del chiosco parla con gli amanti del caffè; le infrastrutture sono il solito problema, la luce serve, lei ha il suo contatore ma l’attacco è quello della chiesa. L’austera santa Fosca che veglia anche sulle necessità commerciali.
I residenti si riparano dietro le imposte, le chiudono quando è ora di pranzo, i turisti per educati che siano sono comunque curiosi, si intrufolano per le strettoie e dal cancello di casa ti fotografano le zucchine e i pomodori che quest’anno non sono nemmeno un granché.
Per la via dell’acqua scorrono barche silenziose, portano coppie e amici a pranzo, in mezzo alle tamerici che qui non sono arse come quelle di D’Annunzio. Il profumo dei piatti a base di pesce si confonde con quello di qualche fiore, arancione e dolce e i brindisi sono discreti, appena un tocco argentino di calici e un augurio a voce piena e controllata con la “erre” dei veneziani.
M’incammino per un sentiero all’ombra che s’inoltra nella campagna, sento il rumore di un trattore; un trattore a Venezia, sembra l’inizio di una barzelletta.
Non c’è una scuola, non un ufficio postale, nemmeno un negozio di alimentari, per fare tutto si va almeno a Burano. C’è un ponte del diavolo senza parapetto così che puoi passare con prudenza da campi e stradine alla via principale, le Fondamenta dei Borgognoni.
Che faranno d’inverno gli abitanti di Torcello? Da qualcuno ho sentito dire che guardano i tramonti che sono belli qui anche quando c’è la nebbia.

 

Photo credits:
Katia Ceccarelli

www.studitorcellani.it

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