iTMOi. Akram Khan Company

di Laura Luppi

29 maggio 1913.

Al The’a’¢tre des Champs-a’‰lyse’es di Parigi va in scena il balletto “La sagra della primavera” (titolo originale “Le Sacre du printemps”) su musica di Igor Stravinskij e coreografia di Vaclav Nižinskij. Il pubblico presente reagisce come di fronte a cio’ che spaventa perche’ incomprensibile, a cio’ che disturba perche’ inaccessibile, a cio’ che destabilizza perche’ emotivamente troppo intenso per sorreggerne l’impatto.

Una grande anomalia s’impone all’udito e alla vista di contemporanei pronti a bandirne l’avanguardia, inconsapevoli testimoni di un evento artistico epocale. A cent’anni esatti di distanza temporale si fa strada una nuova interpretazione, intimistica e concettuale almeno quanto quella di Pina Bausch, ideata e coreografata dal ballerino inglese di origine bangladeshiana Akram Khan, alchimista di una gestualita’  interculturale (dalle influenze orientali, occidentali e africane) che del corpo in movimento fa la mappatura di un percorso spirituale individuale.

iTMOi è l’acronimo di In the mind of Igor, vero luogo di partenza per una ricerca coreografica e teatrale che muove dalla riflessione sul lavoro completo di Stravinskij, per soffermarsi in particolare sulla magica tematica del soggetto de “La sagra, o meglio rituale, della primavera”. La potenza ancestrale della donna danzante per la propiziazione delle divinita’  in vista della prossima stagione rimanda al segreto del grembo materno, alla terra come ventre di anime e corpi, di frutti e raccolti, alla nascita di una prole condannata all’inarrestabile compimento del suo ultimo destino.

Danzare per vivere fino alla morte, per l’immortalita’  della terra generatrice è il rito sacrificale che l’arte impone alla custode del segreto primordiale che, come Persefone rapita da Ade, si fa schiava e poi sposa degli inferi per divenire detentrice della ciclicita’  della vita e della morte. Akram Khan è il demiurgo di un’inedita narrazione della genesi naturalistica della primavera, allegoria dell’esistenza umana nutrita dalle forze contrastanti di Eros e Thanatos, tra liberta’  e prigionia, tra pulsione di affermazione e quella di annientamento.

La rivisitazione del tema non rinuncia a focalizzare l’attenzione sul personaggio femminile, ma propone una colonna sonora ispirata all’originale e composta appositamente per il progetto da Nitin Sawhney, Jocelyn Pook e Ben Frost, sulle cui note undici danzatori muovono lo spirito attraverso il corpo sulla scenografia di Matt Deely. Grande importanza viene data anche alla luce, grazie alla lighting designer Fabiana Piccioli, che completa la complessita’  di un lavoro intrecciato tra immaginazione e realta’ . La timbrica peculiare di Akram Khan, sospesa tra danza contemporanea e danza tradizionale indiana (Kathak) giunta all’apice della sua compiutezza con il precedente capolavoro “Desh”, permane come garanzia di una ricerca artistica unica e innovativa.

Photo credits - Richard Haughton

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