Intervista visiva a Viola Di Grado

di Silvia Bottani

 

Settanta acrilico trenta lana e Cuore cavo, due romanzi che hanno immediatamente attirato l’attenzione di critica e pubblico. Autrice Viola Di Grado siciliana classe 1988, figura in qualche misura poco italiana -  figlia di un italianista e di una scrittrice – laureata in Lingue Orientali. Esperienze di viaggio in Giappone e Cina, orizzonti culturali che entrano di prepotenza nella scrittura, a tratti sperimentale e spesso provocatoria.

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I temi, le ossessioni e l’utilizzo singolare della lingua le hanno fatto conquistare il Premio Campiello Opera Prima nel 2011: Settanta acrilico trenta lana è un romanzo incentrato sul rapporto disfunzionale tra Camelia, “anoressica verbale” che si occupa di tradurre libretti d’istruzioni per lavatrici, e la madre, dedita all’ossessiva pratica di fotografare buchi. Un rapporto privo di parole che viene interrotto dall’apparizione di Wen, ragazzo cinese che introduce Camelia al linguaggio — e alla bellezza — degli ideogrammi. Un romanzo questo legato a stretto giro a Cuore cavo, opera successiva che racconta della “vita” dopo la morte di una giovane suicida. Un racconto che colpisce per il distacco scientifico con cui accosta le descrizioni biologiche dei processi a cui sono soggette le spoglie della giovane alle riflessioni sulla vita che prosegue, e di cui lei si trova a essere osservatrice invisibile.

Il tema della comunicazione fallace, la mancanza in senso lato che segna inesorabilmente i rapporti tra le persone, percorre le opere dell’autrice e risuona anche nel lavoro fotografico, che viene qui presentato in anteprima. Per chi conosce i romanzi di Viola Di Grado, le sue fotografie appariranno in qualche modo familiari. Le immagini scattate e scelte dall’autrice appartengono a uno spazio espressivo privato, non sono state oggetto di progetti espositivi o editoriali. Per questa propria natura di immagini senza finalita’  alcuna, se non quella della propria stessa esistenza, socchiudono delle porte altrimenti serrate sul mondo dell’autrice.

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Osservandole nude, prive di didascalie, sono come frammenti di un universo espressivo che, ad oggi, ha trovato compimento nella forma dei due romanzi pubblicati, ma che è lecito pensare sia in continuo movimento, si allarghi nello spazio e nel tempo senza mai esaurirsi definitivamente nell’opera compiuta. Cio’ che oggi forse appare come uno dei terreni di esplorazione culturale piu’ stimolanti per i ricercatori e gli appassionati è quello del lavoro preparatorio. Lo schizzo, la bozza e anche l’errore. L’opera, sia essa un racconto o un film, un concept album o una composizone poetica, soddisfa chi ne fruisce proponendo un sistema di senso coerente — anche in nell’eventualita’  di una proposta caotica — e in qualche modo conchiusa. L’appunto, la cancellatura, le sperimentazioni aprono scenari imprevedibili, che gettano nuova luce sia sui processi creativi, sia sulle ragioni poetiche che guidano la “mano” dell’artista.

Nelle immagini di Viola Di Grado, senza cercare una facile chiave di lettura che le asservisca alla produzione letteraria dell’autrice, si rinnova quell’incanto malinconico e dilatato verso l’esistenza, attraverso uno sguardo che sembra cercare nell’analisi minuta il senso ultimo nelle cose. Una bambola che giace in attesa di estimatori su una bancarella, il biancore ieratico di una maschera orientale, un vestito da bambina dall’eleganza retro’, l’attenzione minuta verso la ruggine che corrode le grate di una cancellata. Immagini – parole che si offrono al lettore come un’intervista senza necessita’  di domande.

Foto di Viola Di Grado

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