Intervista a Marianna Gartner di Silvia Bottani

Ho incontrato Marianna Gartner due anni fa, in occasione della sua personale An Eye for an Eye, ospitata presso il meraviglioso Museo Belvedere di Vienna. Avevo scoperto le sue opere passeggiando per la fiera di Basilea, tra un Bacon e un Rauch. Tra le migliaia di tele e lavori plastici, il ritratto di una bambina spettrale mi fissava, con un stupore muto, il viso quieto e le anatomie del torso esposte, sotto un vestitino delicato. Quella visione mi fece fermare e catturo’ immediatamente il mio sguardo. Ancora oggi accade cosi’ di fronte alle opere della Gartner: il magnetismo che promana da queste tele continua a catturarmi. 

Artista canadese, Marianna Gartner è un’artista acuta e sensibile, votata alla pittura ma che intrattiene una liaison dangereuse con la fotografia. Le sue opere dialogano strettamente con il medium fotografico e utilizzano l’iconografia della fotografia delle origini per dare vita a una poetica sottilmente neo-surrealista, tesa sul confine tra reale e fiction. 

L’ho intervistata in occasione della mostra, progetto espositivo giunto a conclusione di una residenza durata alcuni mesi presso il Museo Belvedere, dove Gartner ha potuto lavorare studiando le opere in collezione. La mostra – di grande intelligenza e raffinatezza – presentava una serie di opere inedite e non, inserite all’interno delle sale e messe in dialogo con la collezione permanente e a essa ispirate.

Martin Tadman with Pet Squirrel oil on canvas 110x200 cm, 2007
Martin Tadman with Pet Squirrel oil on canvas 110×200 cm, 2007

Il tuo lavoro da sempre guarda con attenzione alla fotografia delle origini e in questa mostra, dove il referente diretto è invece la grande pittura della tradizione occidentale soprattutto quella moderna, questo dato mi sembra ancora piu’ evidente. Vuoi parlarci di questa relazione?

Si, il mio lavoro è spesso ispirato a vecchie fotografie, specialmente le Carte da Visit e le Cabinet card del tardo 19esimo secolo e l’inizio del 20esimo. Per la mia mostra al Museo Belvedere (Vienna, ndr) ho scelto di creare dei lavori che dialogassero con i pezzi della collezione permanente del museo, ma spesso ho comunque guardato alle fotografie delle origini come riferimento per le figure principali dei dipinti. Ad esempio le opere “Zwei Bra’¼der”, “Dog Walker”, “I wear my fur inside out” and the “Portrait of Istvan Kertesz” contengono tutte figure prese da vecchie fotografie. In altre opere come “Europa” e “Sleeping Satyr” ho utilizzato fotografie che ho realizzato personalmente per i miei lavori.

La fotografia, in origine, mutua il linguaggio estetico della pittura e poi si emancipa, viceversa la pittura degli ultimi decenni si mette in atto un processo di mimetizzazione, prendendo le sembianze della fotografia. Cosa pensi di questo circolo “virtuoso” o “vizioso”?

a’ˆ interessante indagare perche’ alcuni artisti scelgano di dipingere in modo molto realistico, come se l’immagine stessa fosse una fotografia, e qual è il valore aggiunto di questa pratica. Riguardo a me, non mi considero come una “realista” che tenta di ricalcare la fotografia attraverso la pittura, piuttosto cerco di cogliere questi caratteri che sembrano imprigionati nel tempo e nello spazio, e in un certo modo farli risorgere in un altro mondo, se non nel nostro. Questa è l’essenza di un particolare viso o di una figura che desidero cogliere e ricreare attraverso la pittura, ma non nel tentativo di dimostrare il virtuosimo in una replica esatta della fotografia.

Marianna Gartner selection
Girl with Bear oil on canvas 200×110 cm, 2007 e White horses with tattooed lady oil on canvas 214×152 cm, 2009

Mi colpisce il senso di perturbanza che permea le tue tele: la scelta iconografica, con l’inserimento di dettagli anatomici, sembianze animali, costumi dissonanti rispetto all’ambientazione storica scelta e la divergenza tra il bianco e nero del soggetto e il colore dell’ambiente, sono gli elementi piu’ evidenti che realizzano questo straniamento. Credo pero’ che contribuisca in maniera decisiva a questo effetto la finitura pittorica, cosi’ come la collocazione statica dei soggetti e il loro dialogo con l’ambiente che fa da quinta alla scena.

Mi piace il fatto che tu riconosca un “perturbante” nel mio lavoro, anche se non è una cosa che ho deciso di fare premeditatamente, ma piuttosto qualcosa che accade nel corso della creazione dei pezzi. a’ˆ la giustapposizione di elementi differenti, come hai menzionato, che mi interessa e che contribuisce al mio vocabolario mentre dipingo.

Lo scrittore Alberto Manguel, in un testo dedicato alla tua pittura, pone l’accento sulla qualita’  fantasmatica della fotografia delle origini, elemento che indaghi attraverso la tua pittura. Questo punto mi sembra particolarmente rilevante, perche’ vi è una sorta di sovrapposizione, di sdoppiamento tra la tua opera pittorica e il linguaggio fotografico, come se l’una fosse il riflesso spettrale dell’altro.

C’è qualcosa nelle vecchie fotografie: la neutralita’  del tono dell’immagine, le figure statiche fermate dal tempo che abitualmente guardano direttamente allo spettatore in una posa statica, l’utilizzo di animali come elementi scenici o soggetti stessi… trovo tutto questo immensamente affascinante. Sembra contraddittorio, ma sono proprio gli occhi che mi catturano e che mi fanno scegliere di utilizzare un particolare viso o una figura di una vecchia fotografia. Inoltre, l’utilizzo che faccio come artista delle figure in qualita’  di modelli anonimi e, come nella fotografia delle origini quando i fotografi erano autorizzati a modificare i negativi per cambiare le caratteristiche dei volti o eliminare le deformita’ , cosi’ io mi sento libera di sostituire una figura con un’altra o mettere in atto una serie di manipolazioni attraverso la pittura e altri media per creare la mia personale versione di questi soggetti, senza limitazioni. Questo in definitiva è il rapporto di sovrapposizione tra la mia pittura e la fotografia.

Little Birds oil on canvas 200x347 cm, 2011
Little Birds oil on canvas 200×347 cm, 2011

Sempre collegandomi al tema della fotografia e del ritratto, essi hanno avuto anche la duplice funzione di testimonianza storico-culturale e di memoria individuale. Le tue opere pero’ sono una curiosa evoluzione di queste due correnti e, sebbene sembrino testimonianze di una tradizione artistica e di vite reali ormai defunte, di fatto sono pure creazioni, slegate da una volonta’  diretta di trasmettere ricordi, sono una testimonianza di esistenze non-esistenti, se mi concedi il gioco di parole. In qualche modo possiamo chiamarle fiction memories. Che ruolo ha la memoria nello sviluppo della tua poetica?

Memorie finzionali è una perfetta definizione di cio’ che faccio, perche’ malgrado io utilizzi figure come un archivio di un altro tempo e di un altro spazio, la mia intenzione non è di creare un collegamento storico che richiami esperienze passate, ma piuttosto creare scenari in cui sfidare lo spettatore contemporaneo. Allo stesso tempo, il ruolo della memoria è molto importante nel mio lavoro, perche’ senza la memoria lo spettatore non potrebbe riconoscere l’iconografia della mia pittura. Cosi’, mentre le immagini che rappresento sembrano manifestare una assenza emotiva, la disparita’  tra i vari elementi e l’atmosfera nostalgica potrebbero indurre lo spettatore a pensare di comprendere cosa vuole trasmettere l’opera, o quali siano le esperienze delle figure ritratte, ma in realta’  non è possibile essere sicuri di quale sia la verita’  dietro l’immagine.

Photo credits: Marianna Gartner

Marianna Gartner selection 2
I Wear My Fur Inside Out oil on canvas 148×88.5 cm, 2011 e Shy Guy oil on canvas 129×89 cm, 2010

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