Cosmologie del mondo interiore

di Alessandro Trabucco

 

Osservando le fotografie di Lauren Semivan (Detroit, 1981) la prima impressione che si ha è di trovarsi di fronte ad un corpus di immagini molto denso, sia nel senso strettamente tecnico del termine sia nei contenuti che esse esprimono. Gia’  la scelta dell’artista di utilizzare un apparecchio fotografico inattuale, dotandolo di negativi in bianco e nero di grande formato, pone la sua opera su di un terreno di ricerca difficoltoso: non tanto per l’inevitabile confronto con tutta la letteratura fotografica dei quasi due secoli che l’hanno preceduta (comunque sempre necessario nell’analisi critica di un percorso creativo), quanto piuttosto per una sua corretta lettura e interpretazione, dovuta soprattutto in virtu’ dell’epoca tecnologica nella quale si esprime.

Una scelta che potremmo anche definire coraggiosa da parte di un’artista di soli 32 anni, che dimostra una grande conoscenza e una piena consapevolezza della potenza tecnica ed espressiva dei mezzi a sua disposizione, resa ancora piu’ efficace da una sapiente fusione con altri linguaggi.

Inseribile all’interno della cosiddetta staged photography, l’opera di Lauren Semivan supera questa stretta classificazione ponendosi su di un livello espressivo differente, che la avvicina piuttosto a una fotografia di grande suggestione visiva, oscillante tra astrazione pura (cioè accostamenti di segni grafici aggrovigliati come puro spazio emozionale) e autoritratto, still life (con punti di luce che catalizzano lo sguardo) e performance, della quale naturalmente l’artista stessa ne è la protagonista assoluta.

Lauren Semivan-Echo_2013

Sembra che tu non abbia bisogno di molto spazio per scattare fotografie. Un piccolo ambiente chiuso che rappresenta pero’ tutto il tuo mondo creativo, apparentemente limitato nelle sue dimensioni spaziali, ma che riesci a rendere infinito nelle sue potenzialita’  espressive. Qual è stato il percorso che ti ha portato a fare questa particolare scelta stilistica?
Penso spesso a questa idea — il microcosmo — il minuscolo modello che in qualche modo possa imitare o riferirsi a qualche piu’ vasto progetto o entita’ . Ne Il libro del riso e dell’oblio Milan Kundera scrive: «l’uomo vive fra l’abisso dell’infinitamente grande e l’abisso dell’infinitamente piccolo. Il viaggio delle variazioni ci porta dentro quest’altro infinito, dentro l’infinita diversita’  del mondo interiore, che si cela in ogni cosa.». Kundera utilizza la struttura di una sinfonia di Beethoven come strumento per illustrare questo aspetto. Come in una sinfonia, motivi piu’ piccoli sono ripetuti all’interno di una struttura piu’ vasta, e si specchiano o si referenziano a vicenda. Questo concetto mi ha sempre affascinata e ha alimentato il mio processo creativo. Penso che questo sia un altro modo di parlare di metafora. Senza metafore le nostre esperienze possono sembrare monotone e piatte. Considero il mio spazio di studio come un laboratorio per esaminare problemi o questioni piu’ vasti, e per tracciare confronti o mostrare intrinseche similitudini o relazioni tra cose dissimili.

Eviti consapevolmente tutta la tecnologia digitale oggi a disposizione e col bianco e nero hai anche tolto qualsiasi ridondanza cromatica. a’ˆ come se fossi andata per eliminazione e utilizzassi solo lo stretto indispensabile, una sorta di ritorno alle origini della fotografia. a’ˆ cosi’?
Quando ero studentessa mi mostrarono i processi fotografici del diciannovesimo secolo e mi insegnarono ad apprezzare questi metodi altamente manuali, cosicche’ questo mi ha sempre accompagnato come artista. Ritengo che la mancanza di precisione e la quantita’  di energia fisica ed emozionale che finiva nella loro produzione in qualche modo la avvalorasse. Ho sempre sentito che le fotografie possiedono un’intrinseca energia metafisica, una carica emozionale, e sono sempre state accostate all’invisibile e al non visto nell’arte come nella vita. I miei lavori sono fatti tanto con stampe a contatto di negativi 8X10 come cianotipi, quanto scannerizzando gli stessi negativi e realizzando stampe di grande formato con pigmento digitale in bianco e nero. Ricorro al computer come strumento per ingrandire le immagini, ma preferisco non alterare o manipolare le immagini digitalmente. I negativi stessi sono sempre piuttosto interessanti per me come eventi. Le limitazioni insite nel bianco e nero mi stimolano ed esteticamente tendo a dedicarmi al lavoro manuale. Tuttavia, la scala di un ampio lavoro in bianco e nero impressiona molto in un’altra direzione e crea una diversa risposta fisica. Con una stampa 40×50 l’osservatore puo’ sperimentare lo spazio in un livello che è quasi direttamente 1:1.

Lauren Semivan-Archive_2013

Le tue fotografie appaiono come immagini dense di significati simbolici ma anche autobiografici. Ci sono delle tematiche che ti interessano particolarmente e che ritieni di aver sviluppato in modo soddisfacente?
Solitamente il mio lavoro richiama idee piu’ ampie circa la verita’ , la conoscenza, l’intuizione, la memoria, la percezione. Questi termini piu’ vasti possono essere associati a una autoesplorazione, ma io sono piu’ interessata a guardare oltre all’autoritratto, verso un luogo molto meno specifico che puo’ essere riferito a un pubblico piu’ ampio. Utilizzo il mio proprio ambiente e le mie esperienze come uno strumento per costruire un mio personale linguaggio attraverso le fotografie. Questo linguaggio visuale si evolve e cresce continuamente, cosi’ come accade a me come individuo, quindi è autobiografico in questo senso. In certo qual modo, è come consultare una mappa, ma non saprei dire esattamente cosa significhi ogni segno o punto su quella mappa. Quando guardo delle fotografie, l’unica cosa che solitamente mi prende è l’ambiguita’ . Mi interessano fatti e verita’  in quanto possano essere catturati dalla macchina fotografica, ma sono le domande che mi tengono avvinta a un’immagine e mi consentono di sperimentarla sempre piu’ intimamente.

a’ˆ sempre interessante poter seguire lo specifico percorso creativo di un artista, soprattutto quando le sue opere sono il risultato visibile di un complesso procedimento esecutivo. Puoi farci un esempio del tuo metodo di lavoro, dalla preparazione della scena alla realizzazione dello scatto?
Posso progettare un gran numero di fotografie, ma cio’ che piu’ mi affascina circa il processo di realizzare l’arte è che qualcosa di precedentemente sconosciuto, inatteso e bello puo’ essere estratto da un evento coreografato. Assomiglia al metodo scientifico. Ho una sola parete che serve da palcoscenico e che io riarrangio continuamente ogni volta che realizzo un’immagine. Qualche volta imbianco o annerisco l’intera scena, per rinfrescarla e ricominciare, ma spesso lascio tracce di disegni precedenti come se creassero un punto di partenza per qualcosa di nuovo e spesso una sorta di dialogo con l’ultimo pezzo. Non so se posso parlare molto in dettaglio di qualche pezzo in particolare, ma comincio spesso con un oggetto, un disegno, oppure con un’idea piu’ astratta, un personaggio letterario, per esempio, e tento di illustrare quell’idea attraverso metafore. L’immagine Wind 1 venne ispirata dalla ninfa Echo, della mitologia classica, ma credo che le immagini debbano essere aperte abbastanza da consentire all’osservatore di immaginare i propri personali significati o associazioni.

Lauren Semivan-Wishbones2011

La fotografia sta ormai avvicinandosi alla soglia del secondo secolo di vita. Hai dei riferimenti, dei “mostri sacri” ai quali dedichi un pensiero quando stai per iniziare un nuovo progetto fotografico?
Mi sono sempre ispirata al lavoro di artisti che utilizzano lo studio o un ambiente allestito in maniera che chiami in causa la realta’  o la finzione. Da studentessa, mi imbattei in un libro di fotografia surrealista intitolato Els cossos Perduts (Il corpo perduto) e vidi immagini di uno scrittore/artista belga di nome Paul Nouge, cosi’ come il lavoro di Man Ray e Claude Cahun. Questo lavoro mi influenzo’ molto. Cominciai a pensare piu’ a come le fotografie dovessero contenere una sorta di mistero o interrogativo e questo inizio’ un piu’ lungo cammino di ricerca. Piu’ spesso cerco di guardare al di fuori della fotografia, non per rifiutarla, bensi’ per vedere le cose in modo diverso. Film, letteratura, pittura sono ugualmente importanti per il mio metodo. Penso che ci sia un univoco elemento di tempo coinvolto nel mio metodo come risultato di studio della musica e la visione dei film muti di Maya Deren. Dipingo o disegno per diversi giorni e poi comincio a lavorare su altri elementi della scena. L’allestimento di una fotografia da’  spesso la sensazione di un’estensione dell’esecuzione. Sono stata ispirata dai dipinti gestuali degli espressionisti astratti e dai pittori del movimento Color Field Painting degli anni Cinquanta e Sessanta, da autori magicamente realisti, cosi’ come da molte fotografie dello “spirito” di anonimi fotografi del Diciannovesimo secolo. Le cose cui mi avvicino sembrano mettere in qualche modo sempre in risalto l’invisibile o l’immateriale.

Puoi illustrarci brevemente il progetto che presenti alla tua personale presso la Bonni Benrubi Gallery di New York nel settembre 2013?
Il lavoro in questa esposizione alla Bonni Benrubi è tratto dalle mie piu’ ampie serie e compendia circa cinque anni di lavoro e ricerca. Ci sono diverse grandi stampe in bianco e nero, oltre a una collezione di stampe a contatto in cianotipi 8X10. Sono molto orgogliosa della selezione per questa esposizione e sento che sono alcuni tra i miei pezzi forti che piu’ chiaramente illustrano le mie idee.

Lauren Semivan-Branches_2011

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