Intervista a Gaia Giani

Intervista a Gaia Giani

di Laura Luppi

 

Solo, l’ultimo lavoro dell’artista Gaia Giani, è stato recentemente presentato al concorso Filmmaker Festival 2015 di Milano nella sezioni Prospettive. Non è facile però inserirlo all’interno di una specifica categoria, perchè Solo non è propriamente un documentario dedicato alla danzatrice Françoise e al coreografo Dominique Dupuy durante la preparazione di un loro spettacolo per il Théatre de Chaillot di Parigi. Solo è qualcosa di più, o d’altro; è un viaggio attraverso il movimento, l’ascolto, la ricerca del gesto che si fa danza nell’esperienza e dedizione di due artisti legati nella vita e nella professione, come un moto permanente o una performance senza linee di confine tra la realtà e la sua rappresentazione sul palcoscenico.
Per meglio comprendere e approfondire il percorso artistico di Gaia e come ha lavorato in particolare alla realizzazione di questo progetto, ho scelto di incontrarla a Milano, davanti a una tazza di the caldo.

Gaia Giani - or not magazine

Gaia Giani - or not magazine

 

Partiamo dall’inizio, come sei arrivata dagli studi filosofici alla ricerca artistica incentrata in particolar modo sulla video arte?

Probabilmente è l’esser stata in/disciplinata o inter/disciplinata durante il percorso universitario. Prima della riforma universitaria, con il vecchio ordinamento, si poteva creare un piano di studi in base ai propri interessi, e a cui uno studente in formazione poteva avvicinarsi.
I miei interessi si sono focalizzati sempre sulla ricerca e si sono intersecati tra loro. I tre nuclei principali sono stati il cinema, il teatro e la danza, ma non sono riuscita a rinunciare alla filosofia come visione del mondo.
Gli anni della formazione sono fantastici perché hai modo di esplorare e seguire rassegne. All’inizio degli anni ’90 per un paio d’anni o più il comune di Milano ospitava una rassegna di Video danza negli spazi dell’Arengario. Per una settimana ci si poteva nutrire di documentari di spettacoli di danza e di video danza… non avevamo ancora accesso a internet.
Inoltre in quel periodo frequentavo molto Berlino e fu lì che, durante una rassegna nel 1991, vidi Die Klage der Kaiserin di Pina Bausch, seminale per la mia ricerca. Decisi dunque di proporre una tesi su Pina Bausch, creando un percorso ideale e filosofico sull’influenza del pensiero nietzscheano nella nascita della danza moderna e sull’impossibilità della rappresentazione da Isadora Duncan al teatro danza di Pina Bausch. Diciamo che sono arrivata alla video arte, passando dalla danza.

Dalla tua tesi di laurea dedicata a Pina Bausch e al Tanz-Theater fino ad arrivare a Solo, la danza sembra aver rappresentato una sorta di filo conduttore, o nuovo punto di incontro tra il passato e il presente. Qual è esattamente il tuo rapporto con la danza e come ha condizionato, eventualmente, il tuo percorso artistico?

Tra i vari documentari su Pina Bausch mi era capitato di vedere quello di Chantal Ackerman Un jour Pina a demandé. Quel lavoro è qualcosa di più di un documentario su Pina Bausch, è un film che segue con discrezione il lavoro della coreografa come nell’impossibilità di poter veramente raccontare il processo creativo, chiudendosi con una domanda di Pina Bausch alla regista.
Il lavoro di Chantal Ackerman è stato un altro momento seminale verso una ricerca che non racchiudesse, ma che si nutrisse di frammenti e di domande. La video arte ha la possibilità di aprire, di sollecitare lo spettatore a porsi delle domande. È nella sua costruzione non narrativa che apre all’indicibile. La mia ricerca vorrebbe indagare l’irrapresentabile del quotidiano. Pina Bausch con i suoi pezzi (Stuecke) raccontava e faceva danzare ai suoi danzatori momenti di vita vissuta in cui lo spettatore si poteva riconoscere, ma era proprio nell’interruzione, nella frammentarietà che creava il legame tra un momento e l’altro, perché lo spettatore era interpellato a creare una connessione. Questa per me è la forza della video arte. Un’immagine si fissa e inizia un lento lavorio interiore. Al tempo stesso sono molto legata al reale, quindi ogni mio lavoro parte da un incontro.
Dopo la laurea, considerando la situazione della danza in Italia, ho deciso di esplorare il documentario da autodidatta con un approccio learning by doing. Inizialmente andai a Londra per un paio d’anni e poi per quasi 10 anni ho lavorato come ricercatrice, aiuto regia e creative producer.
Dopo aver seguito in tutte le sue fasi un film del 2007 sulla liberazione della donna in Italia, che mi aveva dato modo di leggere testi molto interessanti, ho deciso di compiere il passo verso l’indipendenza e di staccarmi dal gruppo di lavoro con cui collaboravo e di iniziare il mio percorso artistico personale. Nel 2009 ho esposto la mia prima video installazione Cesura e a seguire nel 2010 ho incontrato Dominique Dupuy e Françoise Dupuy. In particolare quando ho conosciuto Françoise ho sentito che dovevo fare assolutamente qualcosa con lei. La possibilità di lavorare con questa coppia di danzatori e coreografi mi ricollegava ai miei studi, perché sia Dominique che Françoise si erano formati negli anni ’50 e uno dei maestri di Dominique era stato John Weidt, legato al movimento dell’Ausdrucktanz. Mi sembrava quindi di poter toccare con mano il passato e ciò su cui mi ero formata. Inoltre Dominique e Françoise, anche se ora conosciuti da una nicchia, sono stati molto importanti negli anni ’60/70 in Francia; hanno realizzato progetti anche per il ministero dell’educazione, affrontando la pedagogia della danza nelle scuole e mettendo in discussione i codici del balletto e della danza moderna alla ricerca di un movimento autentico.

Ho letto che Solo in realtà era nato sotto altra forma qualche anno fa per poi essere rimasto per così dire “nascosto” fino alla sua apparizione al Filmmaker Festival del 2015. Puoi raccontarmi cos’è accaduto?

La prima volta ho incontrato Dominique e Françoise per una semplice intervista che mi era stata commissionata e che serviva per un dvd da allegare ad una pubblicazione su Dominique dal titolo Danzare Oltre, edito da Ephimera. Come dicevo, dopo aver conosciuto Françoise ho sentito che dovevo assolutamente fare qualcosa con lei. Siccome dovevano ripartire delle prove per un loro spettacolo al Theatre National de Chaillot a Parigi, proposi di realizzare un documentario su di loro utilizzando anche le precedenti interviste. Alla fine, però, non abbiamo trovato un accordo per inserirlo negli extra del dvd; ritenevano che quella versione non spiegasse pienamente il loro lavoro, ma riguardasse più nello specifico lo spettacolo al quale si stavano al momento dedicando.

In cosa quindi differisce esattamente la prima versione dall’ultima, quella appunto proposta al concorso?

Negli anni ogni tanto riguardavo quel documentario anche in compagnia di altri artisti e tutti ne rimanevano colpiti. Mi dispiaceva vederlo nel cassetto, ogni giorno di più. Così mi sono decisa a riprendere il montato, che avevo realizzato inizialmente con Ilaria Fraioli (ex-danzatrice, che ha scelto poi il cinema), e a rimetterlo su una nuova timeline. Ho iniziato a tagliare, eliminare la voce off, spostare dei suoni, fino ad inserire una lettera iniziale in cui spiegavo cosa era successo in questi 5 anni e come di fatto mi ero confrontata con la vita attraverso la nascita di mio figlio e la vecchiaia dei miei genitori. Riosservando Dominique e Françoise all’opera mi emozionavo ogni volta, comprendendo ancora meglio quanto fosse importante la ricerca costante per vivere nel miglior modo possibile.

Ultima, ma doverosa domanda: com’è stato lavorare con due artisti, coreografi e performer come Françoise e Dominique Dupuy? Quali le difficoltà e quale il tuo personale modo di interagire con loro e di raccontare la danza attraverso loro?

Lavorare con loro è stato importante. Realizzare un progetto di quel tipo su degli artisti in vita non è una passeggiata: poiché hanno piena consapevolezza della propria arte, accogliere lo sguardo di un esterno può risultare difficile. Di fatto volevano avere il final cut. Dominique Dupuy è un coreografo e intellettuale molto rigoroso e preciso al limite del maniacale, tanto da avermi voluto indicare delle linee guida da seguire. Io però le ho rifiutate categoricamente, preferendo lasciare il documentario nel cassetto. Ne avevo visti molti altri realizzati su di loro ed erano tutti molto più classici e descrittivi. Il mio invece andava altrove, oltre la pura descrizione, e davvero non capivo per quale motivo non lo trovassero adatto e in qualche modo unico. Avevo la presunzione che loro dovessero riconoscere il valore di un lavoro realizzato da chi aveva studiato e amato la danza, una montatrice che poveva essere considerata “la danzatrice” del montaggio. Ma nel tempo ho capito che, in realtà, la prima forma del documentario non era né carne né pesce, perché avevo cercato con le interviste e la voce off di dare una descrizione del loro pensiero sulla danza, seguirli nelle prove e nello spettacolo per raccontarli. La mancanza di un accordo mi ha permesso quindi di essere più radicale e di portarlo verso l’astrazione. L’intento è stato quello di creare una bolla e di vederli solo in azione, nel loro lavoro minuzioso e di essere sempre all’opera e presenti a loro stessi. Così ho eliminato le interviste nei loro studi, i loro spostamenti nella città, la voce off, le foto d’archivio, la presenza di un altro danzatore, concentrandomi piuttosto solo sul metodo, sul gesto, sulla danza e sulla loro relazione, volendo creare così una metafora della vita.

trailer_SOLO_L from Or Not Magazine on Vimeo.

Credits: “Still Frame da Solo” di Gaia Giani
www.gaiagiani.com

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