Il precursore – Francesco Garbelli

di Alessandro Trabucco

 

Se una corrente artistica diventa moda c’è qualcosa che non va, soprattutto quando tale tendenza non apporta miglioramenti linguistici ma ne svilisce le componenti concettuali più innovative. Può succedere che singoli artisti abbiano anticipato inconsapevolmente alcune tendenze, e tale autenticità ed indipendenza creativa rappresentano il valore aggiunto in ogni sperimentazione estetica, anche quando non sia riconosciuta dalla critica come meriterebbe. Succede quindi, paradossalmente, che alcuni epigoni possano godere di immeritati riconoscimenti e benefici, perché agevolati da cambiamenti di gusto (di solito in difetto), dall’appiattimento interpretativo e dalla mancanza di informazioni. Cambiano i tempi, cambiano le tecnologie, cambiano le modalità e le velocità di comunicazione; tutto questo comporta una maggiore diffusione delle idee e, di conseguenza, una percentuale più alta delle imitazioni e delle contraffazioni.

Quando negli anni ’80 il ritorno alla pittura, iniziato già qualche tempo prima, fu consacrato in maniera continuata e definitiva (i cui effetti vediamo ancora oggi) alcune giovani personalità creative sviluppavano le istanze concettuali e linguistiche precedenti adattandole alle esigenze contingenti, tanto da riuscire ad ottenere risultati sorprendenti rinnovando il proprio linguaggio senza per questo snaturarne le origini.

Francesco Garbelli si è trovato, ancora giovanissimo, al centro di un’atmosfera artistica rigenerata dalle proposte innovative provenienti da diverse parti del mondo, mantenendo una propria assoluta autonomia.

Se oggi parliamo di Urban Art e Street Art come se fossero correnti artistiche degli ultimi anni, manchiamo di precisione oltre che di rispetto nei confronti di alcune idee estetiche germinate proprio in quel decennio particolarmente ispirato dal punto di vista visivo.

Se da un lato il graffitismo americano veniva importato nel nostro Paese tra gli altri da un gallerista storico come Salvatore Ala e da una critica intraprendente come Francesca Alinovi, dall’altro lato l’aspetto più propriamente concettuale di questa tendenza era sviluppata in coerenza con le esperienze anteriori, apportando nuova linfa vitale derivata dalla freschezza delle idee e dall’avvenuto cambiamento epocale di inizio decennio. Stiamo parlando degli anni ’80, con l’uscita dagli “anni di piombo” e dagli attentati terroristici, e l’inizio di una nuova apparente spensierata epoca.

Garbelli è uno di quegli artisti insofferenti alle regole e alle tradizioni, ad egli non è mai bastato stare tra quattro mura a riflettere sulle sorti dell’arte e sulle sue possibilità espressive, piuttosto per lui è stato necessario prendere sempre sul serio le esigenze espresse dai movimenti di protesta, trasformandole in opere d’arte.

Il fatto di prendere l’ambiente urbano come proprio contesto creativo, già verso il 1985, lo pone tra i principali precursori della cosiddetta street art, senza mai cedere al decorativismo ed alla banalità di certe realizzazioni contemporanee.

L’intento di Garbelli è sempre stato quello di comunicare con il maggior numero possibile di persone, sorprendendo lo spettatore occasionale con interventi dai contenuti di grande spessore intellettivo, soprattutto di stampo sociale e ambientalista, senza tralasciarne l’aspetto spiazzante e ludico. Non per niente l’artista fece parte di un gruppo che fu denominato Concettualismo Ironico, nel quale era importante la realizzazione di opere che avessero una forte componente progettuale senza la rigidità linguistica del concettualismo duro e puro degli anni ’60/’70.

Francesco Garbelli è in questo senso un anticipatore della street art contemporanea (senza tra l’altro aver mai voluto fare della street art) perché già trent’anni fa si aggirava per le strade della città utilizzando quegli stessi elementi che ne componevano le indicazioni stradali per una corretta viabilità automobilistica, aggiungendo oggetti, parole o intere frasi in grado di porre degli interrogativi, di spingere le persone a riflettere su ciò che compariva all’improvviso (e quasi abusivamente) per le strade.

Inutile sottolineare la puerilità di alcuni veri e propri plagi effettuati da sedicenti street artisti in voga negli ultimi anni, forse nemmeno consapevoli della banalità con cui hanno trasformato con la loro opera idee intelligenti ed ancora oggi innovative messe in atto parecchio tempo prima della nascita di una tendenza ormai in ritardo irrecuperabile, soprattutto nel momento in cui l’ibridazione e la smaterializzazione del manufatto stanno diventando sempre più la nuova frontiera del linguaggio estetico contemporaneo.

 

 

Photo credits:

Francesco GarbellI

1 |  La via per immagini, 1985, Milano.
2 |  La via per immagini, 1985, Milano.
3 |  Il ritorno delle parole, 1985, Milano.
4 |  Pericolo di luna piena, 1988, nell’ambito dell’esposizione “Cercare la Mostra”, a cura di E. Baj, Gall. Murnik, Milano.
5 |  Operazione Zebra, 1989, installazione via Brera, Milano.
6 |  Operazione Zebra, 1989, Arco della Pace, Milano.
7 |  Ore 8, ore 12, 1989, Milano.
8 |  Peace, 1990, nell’ambito della mostra “For real now”, Hoorn, NL.
9 |  Ciò che è, ciò che crediamo sia, 1991, collage su fotografia, cm66x62.
10 |  Jugoslavia, o senza titolo, 1992, installazione realizzata in viale Sarca, Milano.
11 |  Solo Ferrari, 1993, pellicola adesiva su cartello stradale, cm60x90.
12 |  Orgy in rhythm, 2010, installazione realizzata durante la 15° ediz. del festival jazz Percfest,  Gall. Sangiorgi, Laigueglia, (SV).
13 |  La via del gusto e dei sapori, 2010, in collaborazione con Gualtiero Marchesi e Gall. Sangiorgi, installazione realizzata durante la 15° ediz. del festival jazz Percfest, Laigueglia, (SV).
14 |  Migrazioni, 2011, stampa fine art su carta cotone Museum Etching 300 gr., cm 100×220, ed. di 5.

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