Il corpo come domus – Intervista a Isobel Blank

di Alessandro Trabucco

Raffinata e poliedrica, la ricerca di Isobel Blank rappresenta molto bene la complessita’  dell’espressione artistica contemporanea, utilizzando quale primo e principale medium il proprio corpo, fonte inesauribile di pensieri, emozioni e tensioni.
L’artista si confronta col mondo esterno attraverso una personale interpretazione, in un totale coinvolgimento fisico ed emotivo, tanto da far coincidere perfettamente la sfera creativa con quella del vissuto quotidiano.

 

 

Quando e come nasce Isobel Blank artista?



Il nome di Isobel Blank ha iniziato ad accompagnare le mie opere a partire dal 2006, ma se si intende quando ho iniziato ad interpretare il reale tramite i mezzi che ho a disposizione – come amo definire quello che faccio – si deve risalire alla mia infanzia/adolescenza. Il mio percorso passa attraverso diverse discipline che ho studiato ed esercitato negli anni. Di sicuro le prime a cui mi sono accostata sono state il disegno, la danza, la musica ed il teatro. Ricordo, divertita, uno fra i primi episodi, un corso di fumetto con Cavazzano ad 11 anni. Ho cercato di apprendere e confrontarmi il piu’ possibile in contesti formativi piu’ o meno “accademici” quali ad esempio l’Accademia d’arte drammatica dello Stabile del Veneto, o l’Istituto della Commedia dell’Arte Internazionale, oltre alle varie scuole e workshop di danza – dalla classica alla contemporanea al teatrodanza – lavorando tanto, con impegno costante, parallelamente alla formazione scolastica, in giornate che per me evidentemente avevano piu’ di 24 ore. Sicuramente il tutto è stato mescolato con una forte componente di autodidattica, che ritengo elemento assolutamente non trascurabile nella mia crescita e sviluppo, troppo spesso sottovalutato.

Quali sono in particolare le tematiche principali che affronti con la tua ricerca artistica?



Il mio lavoro è nato da un’urgenza personale, dal fascino per la meraviglia che nasce dal quotidiano, da una necessita’  di osservare, analizzare e filtrare tutto cio’ che mi circonda, tendenza che si è poi esplicata e concretizzata anche negli studi filosofico/estetici che ho affrontato in ambito universitario. Tento di rispondere a questa domanda, anche se sono profondamente convinta che le opere, una volta concluse o anche se lasciate incompiute, abbiano una loro vita autonoma, un loro pensiero indipendente e un loro individuale verbo attraverso cui comunicare con chi ne fruisce. 
Giunta a questo punto del mio percorso, credo di poter dire che è evidente il mio tentativo di portare cio’ che è piu’ intimo e “domestico” ad un livello universale. La mia è dunque una ricerca che si mostra prevalentemente come visionaria e surreale ma che pone il corpo come centro dell’opera e punto di partenza. La fisicita’  diventa il filtro che evidenzia le questioni intrinseche all’essere umano e alla sua poetica: credo ci sia una continua osmosi e corrispondenza con il mondo esterno, sia esso da intendersi universalmente come natura o piu’ specificamente come ristretto spazio quotidiano. Oltre al nucleo dell’autoritratto, dell’auto-rappresentazione, che connota il mio lavoro, anche il tema della memoria, collettiva ed individuale, assume un ruolo rilevante.

 

In che modo?

Sin dalla nascita ho spesso viaggiato, ho cambiato diverse citta’  e case. I traslochi: cosa buttare, cosa portare. Gli spostamenti per tornare nella mia regione d’origine, la Toscana, erano frequenti e piuttosto lunghi. Da qui deriva la mia sensazione di assenza di radice, di mancanza di appartenenza geografica. Non c’è luogo che per me equivalga ad una casa, intima e costante. Questo senso di dispersione mi ha portato ad auto-identificarmi come mia unica dimora, mio unico locus. In me l’accoglienza delle mura, le superfici segnate dal tempo. In me i ricordi, la polvere. In me le righe di pennarello dicono all’intonaco che sto crescendo.
Sartre si esprime cosi’: “Non ci si puo’ mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. lo non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto, non puo’ fermare i ricordi, gli passano attraverso.” La memoria, in assenza di un luogo di sentimento domestico, è l’unica salvezza per l’integrita’  dell’identita’  dell’uomo. In me, questo horror oblivionis (terrore dell’oblio) si è manifestato nella cura e presenza prepotente dell’elemento memore del corpo, simbolo attivo nella mia vita e nel mio lavoro: la memoria fisica dimora, infatti, parzialmente e temporaneamente, nei capelli.
Una volta adulta, anche se stento a definirmi tale, è emersa netta ed evidente la sensazione di essere, in me stessa, il focolare a cui tornare e allo stesso tempo un’unita’  in itinere. La domus coincide con il mio corpo e del mio corpo si nutre.

L’azione performativa è preponderante nel tuo lavoro, una sorta di teatrodanza in cui metti in scena momenti di grande tensione emotiva. Come avviene la progettazione e la realizzazione delle tue performances? 



Il mio metodo principale consiste nel forzarmi a fare/agire e cercare di non fermarmi a congetturare, cosa per me difficile a causa dell’attitudine filosofica che mi caratterizza e distorce. 
Ovviamente ogni lavoro performativo nasce dall’idea, che sta sul fondo o sulla cima, dipende dal punto di osservazione. In secondo luogo cerco appunto di vincere le mie resistenze logiche, la ricerca di una progettazione chiara, scritta, di una sorta di storyboard, che nei miei lavori è sempre il grande assente. Vedere, rappresentare e delineare prima, in modo chiaro e definito, tutti i particolari di cosa si andra’  a realizzare è, dal mio punto di vista, come esaurirlo, viverlo e quindi bloccarlo ancor prima di iniziare. Le derivazioni istintive, i flussi paralleli, i canali che deviano il corso principale del fiume, le ramificazioni non calcolate, l’intuizione, sono elemento fondamentale di cio’ che creo. Amo seguire l’errore e rielaborarlo in nome di una nuova forma. Di certo sintetizzo una bozza mentale anche molto articolata di cosa andro’ a rappresentare, ma credo di aver assimilato il procedimento della commedia dell’arte, della commedia all’improvviso, che da un canovaccio di base e di massima, rappresenta di volta in volta qualcosa di unico. La componente dell’improvvisazione, vasto campo di agguerrito dibattito in diversi ambiti artistici, è per me molto importante. Mi è stato insegnato che tramite la fatica, l’autodisciplina, l’esercizio quotidiano e la devozione per ogni attivita’  che si affronti, si puo’ giungere ad una padronanza del mezzo espressivo, che renda il risultato finale frutto maturo di un duro lavoro, seppure con una dose di calibrata avventura. Non improvvisazione casuale, dunque disconnessa e fine a se stessa. Questa è la mia tendenza di base, anche se con i limiti che ogni disciplina necessariamente richiede per non rarefarsi nel caos. 
Inoltre la musica è una componente fondamentale nel mio processo creativo. E’ come se attivasse determinati meccanismi ossidati dalle elucubrazioni mentali. Sia le musiche utilizzate per le performances dal vivo, sia quelle che accompagnano e delineano i miei video, sia quelle che utilizzo durante l’atto creativo in generale, sono senza dubbio parte integrante del risultato finale. Vedo le concatenazioni di note come ingranaggi che aprono e chiudono dighe concettuali ed emotive.

 

Che ruolo assumono, nell’economia della tua ricerca estetica, le esecuzioni dal vivo e le registrazioni video?
La componente performativa e “viva” delle mie opere, come gia’  emerso, è un elemento centrale anche per quanto riguarda i lavori video. Per questi ultimi pero’, ovviamente ci sono una serie di altri fattori da considerare e da gestire, dato che utilizzo spesso la stop-motion o la pixillation per smontare e riconfigurare movimenti (che siano quindi di oggetti o di corpi), che non esistono nella ripresa reale. Mi piace lavorare concretamente manipolando i materiali. Ogni cosa che avviene nei miei video è reale e non digitale, taglio tra i frames in modo compulsivo, spesso intervengo sul tempo o sulla direzione della riproduzione, ma non mi spingo mai molto oltre nell’utilizzo degli effetti durante l’editing. Occupandomi direttamente di ogni singolo aspetto della creazione del video, dalle riprese, all’editing, a volte anche alla musica, ed essendone quasi sempre anche protagonista, necessito di una certa disposizione all’autodisciplina che non trascuri pero’ l’elemento variabile dell’azione dal vivo, l’imprevisto appunto. Lo stile visivo dei miei video è assimilabile, in gran parte, ad una frammentazione rapida e onirica, come un percorso in un archivio d’immagini di una mente umana. Il metodo che utilizzo nel montaggio ha una forte componente fisico/performativa, nel senso che muovo le immagini come in una sorta di composizione coreografica contemporanea: ritmo diagonale, linee spezzate, come in un canone trasversale.

 

Utilizzi anche altre tecniche artistiche, dimostrando una versatilita’  creativa ad ampio spettro. Che collegamenti e che differenze ci sono tra i diversi lavori creati con differenti metodologie?

Questa è la domanda della vita. Nel senso che spesso ad esempio mi è stato chiesto, dovendo scegliere una disciplina fra le altre, da quale mi sento maggiormente rappresentata. Una questione spinosa da risolvere ed esplicitare. Rispetto quindi anche ai collegamenti e alle differenze di metodo e mezzo, non credo sinceramente di poter fare chiarezza al momento. Credo di aver trascorso gran parte del tempo con questo interrogativo che rimbalza da una parte all’altra, in una mente curva (la mia). Ecco questa mi pare un’immagine pertinente e piuttosto esaustiva. 
In generale ritengo che ogni concetto vada espresso con i giusti segni, termini, parole. E penso anche che i segni scelti abbiano in se’ l’attitudine e la laica sacralita’  di cio’ che vogliono esprimere, come il corpo è nobile segno di un altrove. 
Allo stesso modo ogni idea si configura e traduce di volta in volta attraverso mezzi differenti, che siano la lana infeltrita ad ago delle sculture o le fotografie intagliate e sovrapposte, gli inchiostri di un disegno, la voce incrinata di una canzone o i gesti di una performance. Insomma i mezzi piu’ appropriati alla sua epifania. Perche’ per me si tratta dell’apparizione di un’essenza nel mondo materiale e, in quanto tale, temporanea ed effimera. Il tentativo di fermare queste idee in forme concrete e contemplarle per un po’, se ne saro’ capace, sara’  il compito di un’esistenza intera.

 
Limbo, minidv, 3′.30″, color – 2010

 
Under a different light, minidv, 4′.20″, color — 2010 ⃗⃗

 
The Cut, minidv, 8′.03″, color – 2010

 

Photo credits:
Isobel Blank

1 | Speech without a mouth, pencil on paper cm 21×29 – 2015
2 | Ephemeral, hand cutted chestnut, fig and plane leaves on marble – 2012
3 | Under my skirt, the garden – 2014
4 | Day off, picture from the set of the video performance – 2010
5 | If I still could hear you, photographic sculpture, layered handcutted photos, cotton thread, cork, 40 x 50 x 4 cm – 2013
6 | Escape routes, Eye, photographic sculpture, layered handcutted photos, cotton thread, – 2013
7 | The last word, detail, photographic sculpture, layered handcutted photos – 2014
8 | La myse en abyme perdue – 2014
9 | Hybrid, needle felted wool, glass, plastic, moving mechanical sculpture with batteries, 17x12x9cm – 2011
10 | Under my skirt, light – 2014
11 | La physionomie d’une ide’e, frame from video, minidv, 2′.49″, color – 2011

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