In Extremis. Intervista a Sandro Giordano

di Laura Luppi

Il progetto fotografico IN EXTREMIS (corpi senza pentimento) nasce dal tentativo dell’artista e attore Sandro Giordano di riflettere, e farci riflettere, su molti aspetti della vita quotidiana e della società che ci circonda. A lui stesso è infatti capitato di precipitare a terra per colpa di un oggetto che voleva salvare da una repentina caduta, per finire così vittima di un comportamento maldestro e autolesivo.

Nell’antica Grecia lo spettatore assisteva alla Tragedia per vivere la catarsi dei propri sentimenti, la purificazione dalle proprie passioni. Credi sia possibile che l’osservatore dei tuoi lavori, attraverso la risata, possa liberarsi dalla schiavitù degli oggetti che gli appartengono (sarebbe il caso di dire “a cui egli appartiene”)?

Assolutamente si! Il mio lavoro, però, non è concentrato esclusivamente sul rapporto morboso che noi esseri umani abbiamo nei confronti degli oggetti che “ci possiedono”. Quello è ciò che vediamo in superficie. La “caduta” che io racconto è molto più spirituale, quella fisica ne è solo una conseguenza. Ed io sono il primo spettatore a vivere quella catarsi. Gli ultimi dieci anni della mia vita sono stati molto bui. Anni di crisi, ricerche, cadute fisiche e non, correndo dietro a cose futili e frequentando le persone sbagliate. Ti ritrovi così alla soglia dei quaranta, senza più sangue, prosciugato da una società vampira che succhia tutta l’energia vitale di cui disponi. Ecco, quando cadi giù… O muori o ti rialzi più forte e consapevole di prima. In ogni foto racconto una parte di me e grazie a loro esorcizzo il male.

Nei tuoi scatti il protagonista della caduta ha sempre il volto rivolto verso il basso, quindi la sua identità è per noi celata. Identifichiamo il suo ceto sociale, la sua età, la sua occupazione o attività di svago in base agli elementi che ci fornisci come suggerimenti per la comprensione della sua personalità o di uno stereotipo di essa. In ognuna lo spettatore può ritrovarsi con facilità oppure riconoscere un amico, un parente o un collega. Quanto c’è di ironico anche nella scelta degli accessori, dell’abbigliamento o della stessa posizione per meglio realizzare lo scopo del tuo progetto artistico?

Per me già il volto nascosto è fonte di grande ilarità, proprio perché i personaggi non fanno il minimo sforzo per mettersi in salvo. Se ruotassero la testa mostrandoci il volto, l’effetto comico si annullerebbe all’istante. Ricordo quando da bambino impazzivo per i film di Charlie Chaplin e Stanlio e Olio. Gli schianti erano così reali e inquietanti, tanto da provare, nel momento dell’impatto, un leggero senso di compassione ma qualche istante dopo scoppiavo in una grande risata fragorosa e liberatrice. Gli oggetti che tengono in mano i miei personaggi e le posizioni del corpo ovviamente contribuiscono affinché il risultato finale sia ancora più esilarante (drammaticamente esilarante), oltre che esplicativo. Sono immagini, lavoro sulla staticità, quindi tutto diventa più complicato quando non conosciamo il punto di azione da cui parte il malcapitato di turno. Nella scena di un film la parte che precede un eventuale schianto ci permette di entrare più facilmente in empatia con il soggetto. Inconsciamente o no ci prepariamo, sappiamo che dopo una manciata di secondi succederà qualcosa di terribile: immagina un uomo che scendendo dal taxi non si rende conto che la porta a vetri per entrare in albergo non si è aperta. Lui va sparato in quella direzione e ci resta secco. Pochi istanti prima che questo accada, il nostro cervello è già pronto a ricevere proprio quell’informazione. Nelle foto io posso solo raccontare l’istante in cui è avvenuto l’impatto, ho quindi bisogno di ricreare, attraverso la scelta di costumi e accessori, tutto ciò che precede quel momento. Devo arricchire “la scena del delitto“ con tutte le informazioni possibili per raccontare il background del personaggio e chiedo ai modelli di mettersi in una posizione tale da far credere che l’azione non si sia ancora conclusa, questo mi permette di dare dinamicità alla scena.

La caduta vertiginosa di un individuo provoca in tutti noi una risata parzialmente “sadica”. Difficilmente nasce spontaneo un soccorso immediato del malcapitato senza prima deriderlo un po’. Nei tuoi lavori non appare mai un personaggio pronto a salvare o a prestare aiuto al protagonista. Potrebbe essere lo spettatore stesso la persona chiamata moralmente a salvare colui che è caduto (e quindi anche se stesso)? Dalla sua reazione potrebbe dipendere anche il futuro dei tuoi stessi personaggi?

Non ci sono mai persone a soccorrere i personaggi perché viviamo in un mondo cui l’indifferenza ha quasi preso totalmente il sopravvento sulla compassione ed io che non voglio lanciare messaggi ma casomai denunce, mi prodigo affinché questo aspetto venga sottolineato il più possibile. Credo si possa in qualche modo esorcizzare quella “caduta” di cui tutti siamo vittime, e troppo spesso inconsapevoli. E proprio attraverso una riflessione che spero nasca ogni qualvolta ci si ritrovi ad osservare le immagini. In ogni caso, mi piace pensare che loro si rialzino da soli. E’ proprio in quel momento, in quel frangente di tempo in cui sei solo con te stesso, il corpo a terra, la tua anima sprofondata negli abissi… Quello è il momento in cui decidi di “rialzarti“ o di lasciare il peso della vita ti soffochi del tutto. E sarebbe bello pensare di avere una mano amica pronta a tirarti su ma purtroppo non è così, ed è giusto che non sia così. Dobbiamo essere noi a riprendere in mano la nostra esistenza, prenderci cura dell’essenza, risorgere dalle ceneri. Quando sei di nuovo in piedi, senti di aver fatto la cosa più importante e non c’è niente e nessuno che possa aiutarti a raggiungere tale stato di grazia. Solamente tu, con le uniche forze che possiedi.

Infine, quali elementi di questo progetto derivano dalla tua formazione artistica e professionale di attore, o quali dalla tua esperienza di individuo comune immerso nella società contemporanea?

Diciamo, un po’ tutte e due le cose. L’urgenza di raccontare, di denunciare una società che poco a poco ci strangola sempre di più, ovviamente nasce dalle mie esperienze e soprattutto dopo l’incidente avuto in bici l’anno scorso. A questo aspetto, fondamentale per ogni artista credo, si accosta la mia esperienza di attore. La cura che rivolgo alla costruzione del set è molto vicina a quella cinematografica, soprattutto riguardo all’attenzione quasi maniacale per i dettagli, la posizione precisa degli oggetti e quella dei personaggi. Quando sto per scattare, mi sembra come di essere dietro la macchina da presa. Le indicazioni che do ai miei assistenti e ai modelli sono identiche a quelle di un regista, non a caso lavoro prevalentemente con attori professionisti. Ero stanco di “stare davanti“, preferivo mettermi dall’altra parte. Sto anche pensando di girare un film su questo progetto e solo all’idea provo un brivido di piacere immenso. Inoltre, io ho studiato come disegnatore scenografo prima di essere attore, non mi sembra vero poter praticare anche questa professione. Insomma, mi lascio spingere da loro, dalle foto. Per la prima volta nella vita non sono io a dover trascinare il mestiere, come accadeva quando recitavo, ora sono loro che non mi lasciano un secondo di tempo libero per la grande quantità di cose da fare. Ho realizzato finora ottantadue foto per IN EXTREMIS, mi sento come un padre responsabile della vita di meravigliose creature. Non c’è cosa al mondo che mi renda più felice… La vita per me è cominciata a quarantuno anni!

 

Photo credits:
Sandro Giordano

1 |  IL SOSPETTO, model Paloma Arza, Barcelona 2014
2 |  LA PROVA DEL POCO, model Valentina De Giovanni, Roma 2014
3 |  TANTI AUGURI A ME, model, Adelaide Di Bitonto, Roma 2014
4 |  COMPULSIVE CLEANING, model Adelaide Di Bitonto, Roma 2014
5 |  IMMEDIATE BOARDING GATE 22, model Sandro Giordano, Vlissingen 2014
6 |  ROLLER HULA GIRL, model Gabriele Guerra, Roma 2014
7 |  MAMMA MIA, model Adelaide Di Bitonto, Roma 2014

VIDEO |  Behind the scenes __Protezione 65 (Who’s next)

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