Contro la fotografia del reale: la reinvenzione del reportage.

 

Intervista visiva a Simona Pampallona

di Silvia Bottani

 

Una delle prime regole che mi è stata insegnata, avvicinandomi alla professione della scrittura sull’arte, è stata “Non scrivere in prima persona”. Un consiglio che mi diede un critico d’arte intelligente e spregiudicato, un adagio che ancora oggi non riesco a ignorare, ogni qual volta sto per inaugurare un nuovo testo.

Riflettendo sul lavoro di Simona Pampallona, non sono riuscita ad aggirare il problema della prima persona: dopo giorni di incertezza, mi accingo a parlare del suo lavoro arrendendomi alla necessità di scrivere delle sue opere con tutte le scorie, le sbavature e la faziosità del mio io.

L’incontro con le immagini di Simona Pampallona è stato, come sovente accade, casuale. Non altrettanto casuale né consueto il senso di prossimità percepito nei confronti di queste opere, sin dal primo istante. Benché il territorio di provenienza dell’artista sia il reportage, nelle sue opere non è messa in atto quella captatio benevolentiae, a mio avviso sempre sospetta, del reportage, che induce lo spettatore a sentirsi “nella” storia, che lo prende per le budella e gli fa guardare in soggettiva le miserie del corpo e dell’abiezione morale, la barbarie della guerra o la meraviglia di turno, che si tratti dell’accoppiamento di due felini quasi estinti o dei riti sociali di un popolo segreto della Nuova Guinea. Osservando cicli fotografici come Tutte le domeniche di Roma, Diario di un desiderio, Due persone chiamate mio fratello, la prossimità con i soggetti delle immagini scaturisce non dalla volontà di essere fedeli al reale, di narrare, bensì dalla capacità di fare proprio un mondo e trasfigurarlo. Una sorta di magia che accade anche quando Pampallona si trova nel ruolo di fotografa di scena: con Corpo Celeste, film d’esordio di Alice Rohrwacher, e Le meraviglie, premiato al Festival di Cannes 2014 con il Grand Prix, ciò che si compie attraverso le immagini di scena è la creazione di un mondo nuovo all’interno di un mondo già formato, delineato dalla visione della regista. Non è un’immagine gregaria, né una foto al servizio della mera documentazione di set. È un’opera filiale, contraddistinta da un carattere che si può definire di trasparenza e unicità, legata all’opera madre ma capace di una vita propria.  

Gli eventi, talvolta minimi, al centro di queste fotografie offrono allo spettatore la curiosa sensazione di trovarsi di fronte a un’opera time-based: una dinamica interna di accadimenti, di transitorietà, unita alla presenza dei “fuoricampo” suggerisce un tempo in divenire che offre una differente possibilità partecipativa a chi guarda. L’apoditticità di una fotografia che desidera e pretende di dire una verità, è scalzata dal passo delicato di un’artista che sembra non affermare mai, ma preferisce accogliere un flusso di vita dal quale lasciar scaturire dei momenti illuminati. I luoghi prossimi, che sono l’urbe di Roma  ma anche l’Indocina, sono luoghi dove l’incontro tra esperienza e fotografia dà vita a delle immagini fertili che, come un giardino notturno, racchiudono una vita sotterranea e febbrile, percepibile allo sguardo di chi si posa, in ascolto, su di esse.

L’invito che posso fare è quello di affacciarsi al lavoro artistico di Simona Pampallona concedendosi il tempo necessario affinché le immagini possano germogliare, dilatarsi e schiudersi. Avvicinarsi all’umanità che le abita, lasciandosi toccare e sentendo – per una volta – che non siamo di fronte a dei fantasmi.

 

Urlpedia:

http://www.simonapamp.com/main/

http://fugazine.com/

http://youtu.be/lXF4ltnqX-Q

 

INTERVISTA

MARGINE

Margine è una parola che non mi è mai piaciuta. Per questo, non associo visivamente la parola margine alle mie foto ma posso capire che venga in mente guardandole, soprattutto rispetto ai temi scelti. E mi è capitato che una cara amica photo editor guardando l’ultimo lavoro, ancora in corso, abbia proprio detto la parola “margine”. In fondo, credo che quando qualcuno guardi le tue foto, ci veda anche molto di quello che ha vissuto e di quello che riconosce. Per questo mi piace far vedere le foto, ascoltare e osservare la persona mentre le sfoglia, riconoscere i gesti istintivi e le parole pensate, per poi capire quali sono le sensazioni che si provano. Ognuno prova un sentimento diverso, che alle volte riconduce a un’idea di bellezza e di dolore universale, o alle volte può esserci c’è una totale mancanza di empatia.

Pampallona - Or Not Magazine

 

NUTRIMENTO

Se con nutrimento intendo in senso ampio “ispirazione” , allora il mio nutrimento è quello che mi capita di incontrare e sia gli stimoli che provengono da libri, musica e film. Il bello è perdersi, cominciare un qualcosa che poi non si sa dove va a finire. Che poi è anche la parte emozionante dei lavori documentaristici. Solo una parte può essere decisa dall’operatore, per il resto bisogna seguire il corso degli eventi.

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BIANCO
Il bianco mi piace moltissimo. Specialmente quello un po’ sporco.

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FRATELLANZA
La mia famiglia è sempre stata problematica, e il rapporto con mio fratello non posso dire che sia una cosa semplice. Il progetto fotografico su di lui è finito, e io ho bisogno di una svolta. Già le relazioni sono di per sé complicate, con mio fratello si sovrappongono ruoli e schemi che negli anni vengono smontati e riproposti sotto altre forme. Ho sempre cercato di scappare dal ruolo di “madre”, ma ho un forte istinto di protezione nei suoi confronti. Gli anni passano e le persone cambiano, io spero che lui trovi la sua strada e la sua tranquillità.

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CEMENTO

Molti palazzi a Roma, molte infrastrutture sono costruite con il cemento grezzo. Anche intere aree come “Caltagirone”, vicino Ostia. Mi viene in mente Lorenzo di “Avanzi” che canta “cemento cemento”, poi per fortuna a Roma basta fare due passi e trovi delle piccole poesie, come questa vicino a Laurentino 38

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GENTRIFICATION
Oramai siamo oltre la gentrification, forse si può parlare di “esodo”. I quartieri si assomigliano sempre di più, per classe, per aree, per etnie. Personalmente ho sempre amato le città “vive”, mi piacciono i bar tipici di Roma, frequentati dai giocatori di scacchi, gli alcolisti del quartiere e il commento delle partite della Roma. Ho la fortuna di vivere in un quartiere ancora rimasto un po’ in ombra, un po’ sconosciuto, che è Tormarancia. Da tempo coltivo un progetto sulle “personalità” locali, tra cui Quinto Gambi, nobile controfigura di Thomas Milian, e su quelle passate, di cui si può ricordare Agostino di Bartolomei.

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(progetto I miti di Tormarancia)

 

DOMESTICO
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DIVINO
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BAMBINA
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PRESENZA
La presenza costante della mia famiglia, dei miei amici, e di tutte le persone a cui voglio bene.

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MACCHINA DA PRESA

Mi attrae moltissimo, ma chissà, forse un giorno. La fotografia mi basta, lo farei solo per sperimentare, e se ci sarà il tempo e l’occasione lo farò, volentieri.

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