“All the world’s futures” – Biennale di Venezia 2015

di Katia Ceccarelli


È dunque vero che non esiste un solo futuro ma tanti “futuro” a seconda di chi lo immagina.
In altre parole il futuro è in stretta dipendenza dal presente e ancor più dal passato tanto che pare non si riesca nemmeno ad averne un visione realistica in una proiezione da qui a cinque anni.
Eppure visitando la 56° Biennale di Venezia ho notato un filo conduttore, forse più di uno, che accomuna fra loro non solo i paesi appartenenti a culture analoghe ma anche quelli apparentemente più distanti.
“All the World’s Future
s” ha un background diffuso che include tutte le previsioni e che è caratterizzato da arsura, aridità, alberi morenti e legna bruciata, vecchie barche tirate in secca, astronavi senza una rotta.
La gioia e la fiducia nel genere umano non sembrano avere spazio se non in alcuni casi in cui flebili segnali ci riportano alla tenerezza dell’infanzia.
Così il padiglione russo ci presenta qualcosa che del futuro ha solo il nome. La missione del gigantesco “cosmonauta” di Irina Nachova, un futuro di qualche decennio fa, e la malinconia per qualcosa che avrebbe dovuto essere grandissimo; assai coinvolgente nella sua giocosa tenerezza che piace anche ai bambini. Un sentimento di nostalgia (che in russo si dice “taskà”) per qualcosa che avrebbe potuto essere pervade tutti i paesi europei.
La Norvegia presenta finestre aperte sull’esterno da vetrate rotte, implose, che ci lasciano incontrare i tronchi di possenti alberi e un suono celestiale ci fa calmare, una quiete dopo la tempesta è l’ambiente sonoro creato da Camille
Norment e la sua “glass armonica”.
E poi gli alberi divelti e rotanti sulle loro zolle della Francia, vecchi giornali del padiglione Germania: molto minimale, quasi vuoto a dire la verità.
E ancora legna bruciata per la Finlandia e la Danimarca, spighe di grano disseccate per l’Olanda, il Belgio che si macera in quello che era il “suo” Congo.
La Gran Bretagna dissacratoria con sigarette infilate in orifizi solitamente non deputati alla pratica del fumo, l’artista Sarah Lucas inonda tutto di giallo uovo col suo progetto “I scream daddio”; dovrebbe risollevarci il morale ma il giallo, si sa, è un colore che infonde sentimenti violenti.
Dall’altra parte certamente coinvolgente l’installazione nel padiglione del Giappone dell’artista Chiharu Shiota nella quale vecchie barche di legno (quale simbolo è più attuale in questi tempi?) sono sovrastate da una pioggia di migliaia di fili rossi ai quali sono legate altrettante chiavi, spesso arrugginite. Una pioggia o un’onda di magma, le chiavi che non apriranno più alcuna serratura se non quella della speranza. Una boccata di ossigeno questa nell’aria pesante che ritroviamo nel padiglione centrale, fatto salvo un passaggio al padiglione della Corea in cui un’astronauta (di nuovo) è replicata nelle sue azioni di addestramento quotidiano nei video e nelle proiezioni di Moon Kyungwon e Jeon Joonho.
Il tema dei Giardini culmina nel padiglione centrale dove crolli, esondazioni, macerie, bitume, accumulazioni ci danno l’idea di futuro come di un immenso cumulo di ciarpame che è poi il nostro presente. Mentre gli Stati Uniti propongono un’esplorazione di bucolico passato individuale con l’artista Joan Jonas.
Ciò che resterà nel nostro futuro ci parlerà, arrugginito e consunto di quello che eravamo.

All’Arsenale l’epopea del post catastrofico continua ma con toni apparentemente più nitidi e asettici, la visione riguarda più la conservazione della memoria e cosa di essa sapremo leggere. Il gusto della catalogazione e della kunstkamera prevale nelle Corderie con le teche di Ricardo Brey, i “Games whose rules I ignore” di Boris Achour, l’”archivio Moroni” di Marco Fusinato e poi i segnali ancestrali dei campanelli sciamanici di Christian Boltanski. Le lampade di Philippe Parreno “Flickering Lights” punteggiano l’intero percorso mentre il lavoro di Adrian Piper (Leone d’oro come miglior artista) consiste nel farci sottoscrivere e registrare in un archivio i nostri buoni propositi per il futuro.

Padiglione italia — Codice Italia

Il tributo di Greenaway all’Italia è un collage di quanto l’artista britannico ha selezionato come identificativo della nostra grandezza nell’arte ma i commenti di alcuni visitatori che mi erano accanto sono stati: “Ma è la sigla del Codice Da Vinci?” Si sa, gli stranieri ci vedono meglio di quanto facciamo noi che a volte abbiamo pudori ingiustificati a farci vanto degli italiani che hanno avuto successo planetario. Insomma persino Leonardo è ormai considerato kitsch.
A colpo d’occhio gli artisti appaiono relegati in grandi loculi come se l’intero padiglione fosse una cappella funebre gentilizia.
Confortante il riconoscimento a Gioli e Samorì che esprimono ancora il mistero dei corpi mentre Paladino aderisce al trend internazionale: tutto nero, tutto bruciato.
A dimostrare che il futuro va inseguito a fauci aperte i due draghi della Cina, macchine meravigliose poste al bacino delle Gaggiandre.

Okwui Enwezor ha indubbiamente fatto un lavoro di qualità, ha captato quello che ora e adesso è lo spirito del tempo.
Nello schema a filtri sovrapposti di cui parla nel suo testo di presentazione “Vitalità: sulla durata epica, Il giardino del disordine e Il Capitale: una lettura dal vivo” si assiste alla deprimente diserzione di pubblico attivo nella performance dedicata a Marx e basata sulla lettura di gruppo di alcune pagine del libro che ha forgiato l’identità del novecento.
Probabilmente non interessa più, non se ne percepisce l’attualità, forse la necessità.
Personalmente ho individuato come chiosa a questa Biennale l’installazione di Joana Vasconcelos patrocinata da Swatch: Il giardino dell’Eden.
un piccolo labirinto da percorrere al buio e costellato da fiori luminosi. Suggestivo e riposante nella calura estiva ma i fiori sono finti, probabilmente made in China. L’unico futuro che ancora conserva un colore è fatto di plastica.

 

Photo credits:
di Katia Ceccarelli

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