Alessandro Sciarroni, la danza al di la’  della paura

di Natalia Cazzola Dolce

 

Alessandro Sciarroni è un artista poliedrico e sperimentale. Interessante protagonista della nuova scena contemporanea, il coreografo marchigiano indaga, produzione dopo produzione, le paure piu’ recondite dell’animo umano: dal passare del tempo, alla fragilita’  della condizione terrestre, alla ricerca dell’io. Autore dal linguaggio personale, sorprende con le sue mise en scene decontestualizzate e l’originalita’  talvolta ipnotica delle rappresentazioni. L’abbiamo incontrato alla vigilia di una serie di date in giro per l’Europa.

Il debutto come autore risale al 2007 con Your Girl. Come si è evoluto il tuo lavoro negli anni?
Oltre ad avere un’ossessione per alcuni segni estetici, l’unica cosa che crea un legame tra i miei lavori, come fosse un comune denominatore, è il mio bisogno di esorcizzare una paura in quel momento. Le creazioni che ho fatto fino a oggi sono molto diverse tra loro. Una volta che la paura è passata, lo spettacolo è pronto e io sono nuovamente in viaggio verso l’esorcizzazione di una nuova paura.

La tua ricerca coreografica mixa i linguaggi della performance, del teatro e delle arti visive. Come coesistono nei tuoi lavori?
Mixare i linguaggi non è propriamente l’obiettivo della mia ricerca coreografica. Nei miei ultimi lavori ho scelto due pratiche collettive (la danza popolare e la giocoleria) e le ho usate come fossero ready-made, reiterandone i pattern, dilatandone la ripetizione nel tempo, decontestualizzandole: questo probabilmente puo’ ricordare il modus operandi di un artista concettuale. Ma a me interessa anche parlare delle persone che praticano queste discipline, indagare la loro psicologia. Il mio scopo non è solo mostrare cosa fanno, ma vedere cosa sentono. Mi interessa rivelare il vero significato di una pratica. In Italia normalmente vengo definito coreografo, ma parte della critica rifiuta completamente per me questo titolo perche’ non ho una formazione come danzatore alle spalle, quasi come se essere “coreografo” avesse un valore aggiunto rispetto all’essere un regista oppure un artista visivo. Io faccio l’artista di mestiere e questa definizione mi basta.

Will you still love me tomorrow? è un progetto incentrato sui concetti di sforzo, costanza, resistenza. Com’è nata l’idea? Come si supera la fatica in scena?
L’idea in questo caso è nata al termine della produzione di Folk-s (primo capitolo della trilogia seguito da Untitled). Non era sufficiente fare una coreografia di cinquanta minuti per dire cio’ che era importante per noi, bisognava andare piu’ a fondo. Abbiamo provato a ballare per due ore e mezza davanti a un pubblico di amici, durante una prova. Abbiamo capito subito che il punto era esattamente li’. La drammaturgia era chiusa, finalmente.
Quello che muove la mia ricerca normalmente è un’intuizione inaspettata: mi capita di trovarmi in un luogo e di assistere a un evento che in alcuni casi mi fa avere la sensazione che il tempo stia rallentando e che io mi trovi esattamente in quel luogo e in quel momento. Questo è capitato per esempio per Folk-s e Untitled, quando per la prima volta ho visto un’immagine di un danzatore con l’abito tradizionale tirolese-bavarese o due giocolieri che lanciavano in aria le clave durante uno spettacolo di magia-giocoleria. In quegli attimi ho avuto un’intuizione e ho capito che quella pratica andava indagata.

Venendo alla fatica: si supera con la fiducia e, ovviamente, con l’allenamento fisico. Si supera imparando a usare l’energia dei tuoi compagni e quella del pubblico. In Folk-s pubblico e performer partecipano a una gara di resistenza psicofisica basata sul concetto di sfinimento reciproco. Lavorerai ancora a una never ending performance?
Molti spettatori parlano in effetti di questa esperienza come fosse una gara di resistenza, una sfida. In realta’  sia i danzatori sia il pubblico possono liberamente abbandonare la scena in qualsiasi momento. Il pubblico vuole pero’ vivere questa informazione in un’altra maniera, vuole sentirsi responsabile e questo è interessante. In Folk-s c’è una questione concettuale molto chiara di cui vogliamo parlare. Lo Schuhplattler è una tradizione viva e non sappiamo come e quando morira’ . L’unica cosa che sappiamo da un punto di vista filosofico è che il ballo non esistera’  piu’ quando non ci sara’  piu’ il suo pubblico, oppure quando la tradizione non verra’  piu’ praticata. E noi parliamo di questo nel lavoro. A oggi non vedo quindi nessun motivo per fare un’altra performance con lo stesso meccanismo.

In generale che ruolo gioca il pubblico nelle tue produzioni? Quanto è importante instaurare un rapporto attivo?
Io sono il primo spettatore dei miei lavori durante le prove. Io rappresento il pubblico. In questa maniera mi piace pensare che sia il pubblico che sta componendo l’evento.

Nelle tue produzioni vi è spazio per l’improvvisazione o prediligi lo studio e il controllo sull’atto scenico?
Solitamente non c’è una regola. Dipende dall’argomento che si sta trattando e dai performer. In generale cerco di tenere gli spettacoli “freschi” senza ingessarli troppo. Ma questo a volte significa studiarne ogni minimo dettaglio. L’improvvisazione come concetto non mi interessa, preferisco parlare di composizione in tempo reale o di energia che viene rilasciata dal corpo.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
C’è un artista in particolare verso la quale continuo a tornare a ogni inizio di lavoro per poi rimettermi sulla mia via ed è un artista che ha cambiato profondamente la mia maniera di pensare quando avevo vent’anni ed ero un giovane studente di Storia dell’arte e della fotografia: si tratta della fotografa americana Diane Arbus. Riprendere in mano le sue immagini, i suoi diari, è come tornare ogni volta da qualcuno che hai conosciuto benissimo per tanti anni e che oramai non frequenti piu’. Diane Arbus è stata una straordinaria artista, non una semplice reporter e il suo lavoro è rimasto impresso nella mia memoria. A volte ho quasi il timore che, seppur attraverso il mio linguaggio, stia in un certo senso ripercorrendo i suoi passi.

Progetti futuri?
Oltre a iniziare a produrre l’ultimo capitolo della trilogia a tema sportivo con debutto previsto nel 2015, saro’ coinvolto in due progetti che indagheranno l’identita’  di genere (Performing Gender) e la migrazione intesa in senso ampio (Migrant Body). Questi progetti mi porteranno a condividere esperienze di ricerca con altri artisti in Olanda, Francia, Italia e Canada. In giugno tornero’ invece a lavorare per La Biennale di Venezia e sara’  la volta di un’altra fase di ricerca importante.

 

IMMAGINI E FOTO CREDITS

1/2. FOLK-S, Matteo Maffesanti
3/4/5/6. FOLK-S, Andrea Macchia
7/8. Untitled, Alessandro Sciarroni
9. Untitled, Alfredo Ancheschi
10. Untitled, Andrea Pizza

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